Responsabilità in montagna: riflessioni di una guida
La recente tragedia sul Gran Sasso ha riproposto la questione della responsabilità in montagna, e oggi voglio esprimere il mio pensiero.
La montagna è sempre stata un luogo di avventura, bellezza e introspezione, ma negli ultimi quarant’anni, durante i quali ho esercitato la professione di guida alpina, ho assistito a un cambiamento significativo nel modo in cui le persone vivono e interpretano la responsabilità in montagna.
Oggi, sembra che ogni incidente o inconveniente debba necessariamente avere un responsabile, e spesso ci si rivolge ai tribunali per individuare chi debba pagare le conseguenze. Questo approccio, tuttavia, ignora una realtà fondamentale: la montagna è un ambiente naturale, con i suoi rischi e la sua imprevedibilità, e chi la frequenta deve essere consapevole di questa verità.
Cosa significa accettare i rischi in montagna
Quando ho iniziato a fare la guida, era ben chiaro a chi andava in montagna che i rischi erano parte integrante dell’esperienza. Escursionisti ed alpinisti comprendevano che l’ambiente montano presenta pericoli oggettivi: caduta di sassi, cambiamenti meteorologici improvvisi, o anche semplici incidenti come una storta su un sentiero. La guida alpina era considerata un compagno esperto, capace di ridurre i rischi, ma mai di eliminarli del tutto.
Se un incidente accadeva, il cliente lo accettava, pur con dispiacere, come una possibilità insita nell’avventura. Oggi, invece, spesso si cerca un colpevole. Il concetto che la montagna è imprevedibile sembra essere passato in secondo piano, sostituito dalla convinzione che tutto debba essere controllabile e, se non lo è, ci sia una responsabilità da attribuire.
Il cambiamento culturale negli ultimi anni
Questo cambiamento non riguarda solo il mio lavoro, ma è un fenomeno che si riscontra in molti ambiti della società. Pensiamo al turista che scivola su un marciapiede ghiacciato e denuncia il Comune, o al ciclista che si fa male su una pista accidentata e pretende un risarcimento. In Italia, questa ricerca di un colpevole è particolarmente accentuata.
Episodi di questo tipo sono noti anche in diversi contesti professionali, specialmente in ambienti ad alto rischio come quello della montagna. Alcuni casi riportati nei media riguardano escursionisti o turisti che hanno citato guide o organizzazioni per incidenti avvenuti in circostanze dove non c’era un errore evidente o un comportamento negligente. Per esempio, è successo che un cliente scivolasse su un sentiero bagnato, rompendosi il femore, e decidesse di citare in giudizio la guida alpina per non avergli fornito i bastoncini da trekking. Situazioni del genere, purtroppo, creano un clima di sfiducia e complicano il lavoro di chi opera con professionalità, rendendo la gestione della responsabilità in montagna ancora più complessa.
A fronte di queste esperienze, voglio condividere un episodio che mi ha particolarmente colpito per il suo esito positivo. La scorsa estate, mentre insieme a un collega guidavo un gruppo di turisti americani, uno di loro è caduto. Ovviamente, ci siamo subito preoccupati perché, per un breve periodo, l’infortunato è rimasto confuso, non parlava e mostrava segni davvero preoccupanti. Abbiamo quindi allertato l’elisoccorso, che è arrivato rapidamente e ha trasportato il cliente in ospedale. Alla fine, si è trattato semplicemente di un calo di pressione che aveva causato un mancamento.

In questa circostanza, la reazione del cliente è stata sorprendente e incoraggiante: invece di cercare un colpevole o un risarcimento, ha deciso di fare una generosa donazione al Soccorso Alpino. Questo gesto mi ha ricordato che esistono ancora persone che comprendono i rischi della montagna e sanno apprezzare l’aiuto ricevuto senza accusare nessuno.
Uno sguardo al passato: i primi clienti delle guide alpine
Nel passato, i primi clienti delle guide alpine erano spesso membri dell’aristocrazia europea o facoltosi appassionati di alpinismo.
Per queste persone, l’avventura in montagna rappresentava un’esperienza esclusiva, segnata da rispetto e fiducia verso la guida alpina.
Mai e poi mai, a quei tempi, il cliente avrebbe pensato di imputare alla guida un eventuale incidente. Al contrario, la guida era considerata una figura di estrema competenza, essenziale per affrontare un ambiente tanto affascinante quanto pericoloso. Questo spirito di rispetto reciproco è un valore che sarebbe bello ritrovare anche oggi, insieme a una maggiore consapevolezza della responsabilità in montagna.

Il ruolo delle guide alpine nella sicurezza
Responsabilità in montagna: come le guide minimizzano i rischi
È fondamentale ricordare che la montagna è un luogo selvaggio e naturale. Non è un parco giochi dove tutto è sotto controllo, ma un ambiente vivo e dinamico, dove la bellezza si accompagna a rischi e pericoli. Come guida alpina, il mio compito è quello di minimizzare i rischi attraverso esperienza, preparazione e attenzione. Tuttavia, non posso eliminare l’imprevedibilità della natura.
Le guide alpine sono altamente preparate e formate per affrontare situazioni complesse e prevenire incidenti. Questo richiede un livello di attenzione costante, senza margini per errori.
Tuttavia, se dovesse verificarsi un errore da parte della guida, come recita un vecchio detto, è giusto che “Chi sbaglia paga”. Questo principio di responsabilità personale è alla base della fiducia che deve esistere tra guida e cliente, un legame costruito su competenza e trasparenza. Ma è altrettanto importante che chi si avventura sui monti lo faccia con la consapevolezza che l’assoluta sicurezza in montagna non esiste e che la natura è, e resterà sempre, più grande di noi.
La responsabilità personale
Chi sceglie di vivere l’esperienza della montagna deve accettare che esistono fattori fuori dal controllo umano. Pretendere che ogni incidente trovi un responsabile significa ignorare questa verità e snaturare il rapporto con l’ambiente naturale.
Oggi mi chiedo da dove nasca questa cultura della denuncia e della responsabilità esterna. Forse è legata al business dei risarcimenti, che alimenta un circolo vizioso di cause legali e spese giudiziarie.
O forse è semplicemente un riflesso della nostra società, sempre meno incline ad accettare i limiti e le incertezze della vita.
Conclusione: la montagna come lezione di vita
In tutti questi anni ho imparato che la montagna è una grande maestra. Ci insegna l’umiltà, il rispetto e l’importanza di accettare l’imprevedibile. Spero che questo messaggio possa raggiungere tutti coloro che amano la montagna, ricordando loro che la responsabilità in montagna è una strada a doppio senso: è fondamentale fare la propria parte, ma anche riconoscere che non tutto è sotto il nostro controllo. La montagna ci invita a vivere con coraggio e consapevolezza. Spetta a noi accettare questa sfida con rispetto e gratitudine.
