Le passioni sono ereditarie?
Una storia vera di Mario Salmon – Scritta il 14 luglio 2024
Volete una prova dell’esistenza e trasmissione del DNA? Volete un esempio delle leggi di Mendeleev e dell’eredità della passione per la montagna? Cosa si trasmette da una generazione alla successiva? Le passioni sono ereditarie?
Sono domande che, più o meno, tutti noi ci facciamo: a chi assomiglio? Al nonno? I figli cosa hanno “preso” dai genitori?
Credo che anche la scienza non possa dare risposte sicure e complete!
Ma, invece, io posso darvi un bel esempio, provato, che la passione per la montagna è fortemente ereditaria e si trasmette, in questo caso attraverso una catena di cinque generazioni: da mio nonno fino ai miei due nipoti: caso certamente non raro ma quasi mai dimostrabile.
Ecco perché ho dedicato qualche tempo a scrivere questo articoletto e, sperabilmente, vi rubo pochi minuti per farvelo leggere.
Cinque generazioni di Soci Cai • 1921 – 2024
Veniamo quindi alla nostra storia che parte dalla mania familiare di “tenere tutto” e salvare ogni reperto di storia di famiglia e, così, ho ritrovato la foto della tessera del CAI di mio nonno e la tessera della mia mamma, che si affiancano così alle tessere “in vigore”, dei miei due figli e dei due nipoti.
Un primo miracolo come le due tessere di un centinaio di anni fa siano sopravvissute a decine di traslochi, periodi di clandestinità, sgomberi di case e cantine, guerra: da Padova Bologna passando, verosimilmente per Ginevra, Torino, Milano…
Le sette tessere sono un’occasione per un ripasso di storia dell’alpinismo familiare e per mettere in evidenza cosa c’è, e non c’è, in comune tra i nostri personaggi.
Vittorio Colussi: nato nel 1879 era vissuto tra Venezia e Padova facendo l’industriale nel settore dolciario ma mantenendo stretti legami con la montagna, prima con Zoldo dove c’era la casa degli avi e poi con Cortina dove aveva costruito, verso il 1935, una villa che sarà il campo base della famiglia per molti anni.
Non mi risulta che Vittorio andasse molto in montagna e facesse del vero alpinismo: per lui l’amore per la montagna era un lato del suo amore per la Valle di Zoldo, il Civetta e il Pelmo. Negli anni ’50, quando era verso i suoi 80 anni partiva da Cortina, con la sua 600, per andare a Zoldo a salutare qualche parente e comprare la “puina sfumegada” che poi usava al posto della grana “padano”.

L’amore per la montagna si collegava anche ai ricordi storici; quando ero con lui ci fermavamo sempre sotto la Forcella Staulanza a leggere la lapide che ricordava la mina piazzata dagli italiani nel 1917 per fermare gli invasori austriaci dopo la rotta di Caporetto.
In conclusione: socio CAI come parte del legame con i luoghi di origine nelle valli dolomitiche.
Lina Colussi: sposata Salmon, nata nel 1905 e ritratta sulla balaustra della villa di Cortina. Pochi i bollini, solo quattro che si interrompono quando la mamma inizia ad “aspettarmi” e, purtroppo non riprendono più perche Lina muore improvvisamente nel ’39 a soli 34 anni.
Lina era una vera alpinista e aveva fatto molta montagna: da signorina anche arrampicate di un certo impegno: il Civetta, la Torre Grande delle Cinque Torri per la via Nuvolau. Poi, da sposata e anche da mamma, lunghe gite come la traversata da Cortina a Zoldo, il Picco di Villandro, sempre presa dalla sua passione per la montagna. Il caso ha voluto che la mia prima vera arrampicata sia stata la via Nuvolau: si può die che io sono partito dove lei era arrivata!

Tra parentesi la via Nuvolau oggi non esiste più a causa di una frana che la ha bloccata. Era una via tre il II e il III grado un poco faticosa per due camini da salire in aderenza, sudando le proverbiali sette camicie. In quegli anni non erano molte le donne che arrampicavano e, verosimilmente, era una “tosta” per fare sia vie non banali che lunga escursione come il Civetta per la via normale. Ed è anche giusto, anche se manca ogni legame col CAI, ricordare mio padre che pur essendo un padano al 100% aveva fatto lunghi soggiorni in montagna e fatto molte camminate classiche da solo e, poi, insieme a mamma Lina.
Mario Salmon: sono io. Partendo dalla via Nuvolau, anni ’50, ho dedicato, quasi, una vita alla montagna.
L’elenco delle mie salite è lungo e va dal Breithorn con gli sci alla via Miriam nelle Cinque Torri, dai 4000 metri di altezza alle arrampicate di V grado. Evito l’elenco ma ricordo solo come si andava in roccia: corde in canapa, poi in Perlon, pedule Vibram, qualche moschettone e chiodacci di ferro, ma niente imbraghi, caschi, discensori…
Nel mio curriculum alpinistico mi piace ricordare la “sopravvivenza in attività” a quasi 86 anni: merito dell’ereditarietà e di non aver “mai mollato”!

Anche qui è presente una “staffetta generazionale” per oltre dieci anni ho, si può dire, ho “portato” i figli Lina e Marco in montagna: ferrate, fuori pista, gite anche di un certo impegno.
Lina Salmon: nata a Ginevra nel ’67. Dopo molte gite e ferrate “in famiglia” si è messa ad arrampicare partendo dalla mia arrampicata più difficile, la via Miriam.
Lina ha fatto la Miriam verso il 1984, ha poi smesso di arrampicare ma ha inanellato, sino ad oggi, una gran bella serie di salite “classiche” nelle Dolomiti, Tofana di Mezzo e Tofana di Dentro, Punta Fiames, con puntate anche nelle occidentali.
Negli anni trascorsi tra le mie arrampicate e quelle di Lina c’era stata una vera rivoluzione nella arrampicata: scarpette, imbrago, casco, “soste attrezzate”, discensori. L’unica cosa in comune con me era la corda!

Marco Salmon: l’altro mio figlio, ha imparato con me ad andare in montagna estate e inverno. Insieme, noi due soli o tutti e tre, abbiamo fatto splendide ferrate, Lipella, Dibona, sci ripido dal Bus della Tofana.
Dopo un corso roccia ha rallentato le sue uscite in montagna per qualche anno, per poi riprendere da una decina di anni con la moglie Cristiana, altra appassionata, e con il figlio Matteo. Insomma, anche lui “vittima” della passione per la montagna.

Francesco Bini: figlio di Lina, ecco mio nipote Francesco. Ha iniziato a fare ferrate con sua mamma, poi un po’ di roccia e, novità, molta palestra artificiale di arrampicata. Un’altra rivoluzione inimmaginabile ai tempi miei e di sua madre.
Ad ogni generazione lo scenario cambia: dopo tre generazioni di ingegneri, mio padre, io e Lina, Francesco si è laureato in Scienze Naturali e, correndo dietro ad animali “da salvare”, fa lunghe gite in lughi prima non “battuti” dalla famiglia che vanno dall’Abruzzo, alla Croazia alla Nuova Zelanda: non male per i suoi 25 anni!

Matteo Salmon: figlio di Marco, è la versione Tranquilla, non fanatica come la mia, dell’amore per la montagna: lunghe gite nel Marebbe, ancora nessuna ferrata, sci. È riuscito a sciare anche nelle praterie degli USA, si vede che non poteva proprio farne a meno!

Maria Rosa: La scusa per questo amarcord sono le tessere del CAI ma, nella catena, c’è un’altra persona importante per me, Maria Rosa, mia compagna da quasi 30 anni!
Gran pate della mia montagna negli ultimi tempi è stata, infatti, insieme alla mia compagna Maria Rosa: gite, picnic, gite alle malghe e qualche bella salita (il Nuvolau in pieno inverno, non tanto banale). Da ricordare i miei 70 anni insieme sulla cima del Corno alle Scale. Cosa potrei aver voluto di più?

In conclusione: perché 100 anni di CAI? Come mai, per tutti noi, questa passione, più o meno maniacale, per andare in montagna in qualunque modo: camminando, arrampicando, salendo sui ghiacciai, sciando in pista e fuori pista? Come mai questa eredità della passione per la montagna si è trasmessa così fortemente in tutte queste generazioni?
In questi cento anni abbiamo messo a “fattore comune” una mole immensa di “ricordi simili”: vette, vie, passaggi, fatiche e soddisfazioni, compagni di gite, capi cordata… Tutte diverse a tutte terribilmente simili. Tra questi ricordi inserisco anche Enrico Maioni che, guarda caso, ha fatto da guida a Francesco, Marco, Lina e anche a me stesso!
Certo è che tutti e cinque ricordiamo i giorni passati, in vario modo in montagna, come i più belli delle nostre vite: quando ci ritroveremo nella Valle di Josafat sarà molto bello scambiarci i ricordi e raccontarci le nostre avventure!
Difficile dire quanto pesi la cultura, o l’educazione e l’esempio o, perché no, il DNA.
Non è poco in tempi di “figli difficili che “tralignano”: abbiamo “tenuto botta” per cent’anni, e non abbiamo ancora finito.
Se c’è una cosa che abbiamo imparato in questa storia è che la passione per la montagna non è solo un hobby o un interesse, ma una vera e propria eredità, tramandata di generazione in generazione con un ardore e una dedizione che sono rari da trovare. Questo amore condiviso per le vette, i percorsi e le sfide alpinistiche ha legato non solo i membri della nostra famiglia, ma anche le nostre storie e i nostri ricordi, rendendo la passione per la montagna una parte insostituibile delle nostre vite.