Oggi è difficile immaginare le Dolomiti senza sentieri segnati, rifugi, vie ferrate e centinaia di itinerari di arrampicata. Le montagne hanno un nome, le loro quote sono note con precisione, le pareti sono state percorse in ogni direzione e molte vie aperte più di un secolo fa fanno ormai parte della tradizione alpinistica.
A metà Ottocento il rapporto con queste montagne era completamente diverso.
Gli abitanti delle vallate le conoscevano da sempre, ma le frequentavano soprattutto per necessità. Si saliva per cacciare, lavorare nei boschi, raggiungere pascoli, attraversare forcelle o spostarsi da una valle all’altra. L’idea di salire una cima semplicemente perché era lì, per curiosità, per esplorarla o per il piacere di raggiungerne la vetta, apparteneva invece a un modo nuovo di guardare la montagna.
Proprio in quegli anni iniziarono ad arrivare nelle Dolomiti viaggiatori, naturalisti e alpinisti provenienti dalle città europee. Per loro quelle montagne rappresentavano un territorio ancora in gran parte da esplorare.
Ma non arrivavano in una terra sconosciuta: incontravano uomini che conoscevano profondamente quei luoghi, anche se li frequentavano per ragioni molto diverse.
La storia dell’alpinismo nelle Dolomiti nacque anche dall’incontro fra questi due mondi.
Il Pelmo e una nuova idea di montagna
Una data viene tradizionalmente indicata come l’inizio dell’alpinismo nelle Dolomiti: 19 settembre 1857.
Quel giorno l’irlandese John Ball raggiunse la cima del Pelmo. Naturalista, viaggiatore e uomo politico, Ball sarebbe diventato il primo presidente dell’Alpine Club britannico, fondato proprio nello stesso anno.
Il suo racconto della salita ci porta in un mondo lontanissimo dall’alpinismo di oggi: poche informazioni, attrezzatura elementare e una montagna sulla quale non esisteva ancora una via normale conosciuta e tramandata da generazioni di alpinisti.
La sua è generalmente considerata la prima grande ascensione documentata della storia alpinistica dolomitica.
Questo non significa necessariamente che nessun uomo fosse arrivato prima sulle grandi cime delle Dolomiti. Cacciatori e abitanti delle vallate potevano essersi spinti molto in alto senza lasciare relazioni scritte delle loro salite. Prima di diventare storia dell’alpinismo, la storia delle montagne era fatta soprattutto di uomini che le frequentavano per vivere e lavorare.

Con Ball, però, qualcosa cambia. La cima diventa la meta stessa del viaggio.
Negli stessi anni questa nuova passione si stava diffondendo in tutte le Alpi. Nel 1857 nasceva a Londra l’Alpine Club; nel 1862 veniva fondato a Vienna l’Österreichischer Alpenverein e l’anno successivo nasceva a Torino il Club Alpino Italiano.
Le montagne stavano assumendo un significato nuovo. Non erano più soltanto territori da attraversare, studiare o contemplare: diventavano luoghi da esplorare e soprattutto da salire.
Ed è in questo clima che arrivò nelle Dolomiti un giovane viennese destinato ad avere un ruolo fondamentale nella loro storia alpinistica.
Paul Grohmann e gli uomini di Cortina
Paul Grohmann arrivò per la prima volta a Cortina nel 1862. Era giovane, benestante, appassionato di montagna e fu tra i fondatori dell’Österreichischer Alpenverein.
Non era interessato soltanto all’arrampicata. Esplorava, osservava, misurava quote, raccoglieva informazioni. Le Dolomiti esercitavano su di lui un fascino particolare proprio perché dal punto di vista alpinistico c’era ancora moltissimo da scoprire.
Ma per salire quelle montagne aveva bisogno di uomini che sapessero muoversi in un ambiente che lui ancora non conosceva.
A Cortina non esisteva un gruppo organizzato di guide alpine. C’erano invece cacciatori di camosci, boscaioli e altri uomini del luogo abituati a muoversi su terreni ripidi e impervi. Conoscevano accessi, ghiaioni, canaloni, forcelle e cenge; soprattutto, erano abituati a leggere il terreno e a intuire dove potesse esserci un passaggio.
Grohmann si rivolse a loro.
Fra questi uomini troviamo alcuni nomi destinati a entrare nella storia dell’alpinismo ampezzano: Francesco Lacedelli, detto Chéco da Melères, Santo Siorpaes e i fratelli Angelo e Fulgenzio Dimai.
Il 29 agosto 1863 Grohmann partì con Francesco Lacedelli per salire una delle Tofane.
Arrivati a Forcella Fontananegra, si trovarono davanti a una scelta. Lacedelli chiese a Grohmann quale Tofana volesse salire, e Grohmann rispose semplicemente: la più alta.
C’era però un problema: Lacedelli non sapeva con certezza quale fosse e scelse la Tofana di Mezzo.

Fu la scelta giusta: con i suoi 3.244 metri è effettivamente la più alta delle Tofane, anche se supera di pochissimo la vicina Tofana di Dentro.
L’episodio può far sorridere oggi, quando basta consultare una carta o uno smartphone per conoscere quota e posizione di qualsiasi cima. Ma racconta bene il momento storico. Gli uomini del posto conoscevano profondamente il territorio sul quale si muovevano, eppure la geografia delle grandi cime non era ancora stata misurata e descritta con la precisione alla quale siamo abituati.
Quel giorno Grohmann e Lacedelli raggiunsero la cima della Tofana di Mezzo, realizzandone la prima ascensione documentata. Era iniziata una stagione straordinaria.
Gli anni delle grandi conquiste
Dopo la Tofana di Mezzo le ascensioni si susseguirono rapidamente. Nel 1863 Grohmann salì anche l’Antelao; l’anno successivo furono raggiunte la Tofana di Rozes, il Sorapìs e la cima più alta della Marmolada. Seguirono il Cristallo e altre grandi montagne, fino al 1869, quando Grohmann raggiunse anche il Sassolungo e la Cima Grande di Lavaredo.
Ma non è necessario trasformare quegli anni in un lungo elenco di prime ascensioni per comprenderne l’importanza. Quel che emerge è che nel giro di pochi anni la geografia alpinistica delle Dolomiti stava cambiando.
Una cima dopo l’altra veniva raggiunta, descritta e raccontata. Le informazioni cominciavano a circolare, arrivavano nuovi alpinisti e l’esperienza acquisita durante una salita poteva essere utilizzata per affrontarne un’altra.
Nel 1877 Grohmann pubblicò a Vienna Wanderungen in den Dolomiten, un volume di oltre trecento pagine nel quale raccolse itinerari, ascensioni e osservazioni maturate durante i suoi viaggi nelle Dolomiti. Ampio spazio era dedicato anche alle montagne di Ampezzo. Il libro contribuì a far conoscere queste montagne a un pubblico europeo sempre più vasto, proprio negli anni in cui le Dolomiti cominciavano ad attirare un numero crescente di viaggiatori e alpinisti.
E gli uomini che avevano accompagnato i primi esploratori cominciavano a essere cercati proprio per quell’esperienza.
La salita della Marmolada del 1864 racconta molto bene questo passaggio.
Tra i compagni ampezzani di Grohmann c’era Fulgenzio Dimai, Jènzio Deo, cacciatore e fabbro. Per affrontare il ghiaccio della Marmolada, Fulgenzio ideò e costruì personalmente dei ramponi a sei punte, evoluzione dei più semplici attrezzi utilizzati fino ad allora. È un piccolo particolare, ma dice molto di quegli uomini e dell’alpinismo che stava nascendo.
Non esisteva ancora l’attrezzatura specializzata alla quale siamo abituati oggi. Davanti a un problema nuovo bisognava trovare una soluzione, adattare ciò che già esisteva oppure costruire uno strumento diverso.
Allo stesso modo cambiava il ruolo degli accompagnatori.

Non bastavano forza, coraggio e conoscenza dei luoghi. Cominciava ad acquistare valore una competenza specifica: scegliere un itinerario, valutare il terreno, affrontare le difficoltà e soprattutto condurre un’altra persona in montagna assumendosi una responsabilità nei suoi confronti.
Il cacciatore che conosceva un possibile passaggio diventava l’uomo che un altro alpinista avrebbe cercato per ripercorrerlo o per tentare una nuova montagna.
Quello che inizialmente era nato quasi spontaneamente dall’incontro fra un viaggiatore e un uomo del posto stava diventando un mestiere.
Dall’accompagnatore alla guida alpina
Il passaggio non avvenne in un solo giorno. Cortina apparteneva allora alla Contea del Tirolo, nell’Impero austriaco, e già l’11 maggio 1865 un’ordinanza dell’I.R. Luogotenenza di Innsbruck stabiliva norme per l’istituzione delle guide di montagna nel Capitanato d’Ampezzo.
Il fatto stesso che le autorità sentissero la necessità di regolamentare questa attività dimostra quanto rapidamente il fenomeno si stesse sviluppando.
Negli anni successivi la figura professionale della guida venne definita in maniera sempre più precisa, fino al regolamento del 1871.
Leggerlo oggi è particolarmente interessante, perché dietro il linguaggio amministrativo dell’epoca si riconoscono molti principi che appartengono ancora alla professione della guida alpina.
Non bastava dichiararsi esperti di montagna. Per essere autorizzati erano richiesti una buona reputazione, un comportamento civile irreprensibile e la dimostrazione delle capacità necessarie a svolgere il servizio.
Alla guida veniva consegnato un libretto di legittimazione, nel quale erano riportati i dati personali e gli itinerari per i quali era stata giudicata idonea. Nel libretto trovavano posto anche il regolamento, le tariffe e le pagine sulle quali i viaggiatori potevano lasciare le proprie attestazioni.
Ma ancora più interessanti sono i doveri.
La guida doveva fare quanto possibile per evitare incidenti, avvertire il cliente dei pericoli e prestargli assistenza.
Doveva comportarsi in modo onesto, cortese e servizievole. Doveva inoltre possedere una corda adeguata e aveva il preciso obbligo di portarla e utilizzarla sulle montagne dove fosse necessaria.

E già allora esisteva un principio che ancora oggi appartiene profondamente alla cultura delle guide alpine: il dovere del soccorso. Se un viaggiatore partito senza guida risultava disperso, o esisteva il sospetto che fosse rimasto vittima di un incidente, ogni guida disponibile aveva l’obbligo di partecipare alle ricerche e prestare aiuto.
C’erano tariffe stabilite, responsabilità, controlli e sanzioni. Una guida che avesse violato gravemente le norme poteva perdere il proprio libretto e quindi il diritto di esercitare.
In pochi anni si era passati dal cacciatore scelto perché conosceva bene una montagna a una figura professionale riconosciuta dall’autorità, con precise responsabilità verso il proprio cliente e verso la comunità.
Fulgenzio Dimai e la nascita delle guide alpine a Cortina
Fra gli uomini che avevano vissuto in prima persona quella trasformazione c’era proprio Fulgenzio Dimai.
Quando il 21 luglio 1871 ottenne dall’Imperial Regio Capitano Distrettuale d’Ampezzo la licenza per esercitare la professione di Bergführer, Fulgenzio non stava certo iniziando ad andare in montagna.
Aveva già partecipato alla grande stagione delle prime ascensioni con Grohmann, aveva affrontato la Marmolada e aveva persino costruito parte dell’attrezzatura necessaria per salirla. La licenza non trasformò improvvisamente Fulgenzio in una guida alpina, ma riconobbe formalmente una professione che era nata sulle montagne negli anni precedenti.
Da quel 21 luglio le Guide Alpine Cortina fanno iniziare la propria storia.
Ma il significato di quella data va oltre il documento rilasciato a Fulgenzio. Non segna semplicemente la nascita ufficiale di una professione. È il punto di arrivo di una trasformazione iniziata alcuni anni prima, quando i primi alpinisti arrivati dalle città europee avevano incontrato gli uomini delle vallate dolomitiche.
Da una parte c’era il desiderio di raggiungere cime che l’alpinismo ancora non conosceva. Dall’altra c’era una conoscenza della montagna maturata per generazioni, per necessità e per lavoro. Da quell’incontro nacque una nuova figura: la guida alpina, l’uomo che non saliva più soltanto per se stesso, per cacciare o per lavorare, ma che metteva la propria esperienza al servizio di un’altra persona e ne assumeva la responsabilità.
A Cortina quella storia iniziata più di un secolo e mezzo fa non si è mai interrotta.
Per me questa storia ha anche un piccolo significato personale. Il mio bisnonno Tobia Menardi “Amanaco” fu guida alpina a Cortina e, molte generazioni dopo, ho scelto anch’io la stessa professione. È un legame familiare con questo mestiere che mi accompagna da sempre e che rende ancora più particolare, per me, raccontarne la storia.
E naturalmente nemmeno la storia dell’alpinismo nelle Dolomiti si fermò.
Le grandi cime erano state raggiunte, ma sulle Dolomiti restavano pareti, spigoli e itinerari ancora completamente inesplorati. La generazione successiva non si sarebbe più limitata a chiedersi come arrivare su una vetta.
Avrebbe cominciato a domandarsi da quale parete salirla.
E fra le guide di Cortina uno dei protagonisti assoluti di quella nuova epoca sarebbe stato Antonio Dimai.
Bibliografia
- Franco Fini, Carlo Gandini, Le guide di Cortina d’Ampezzo, Zanichelli.
- Paul Grohmann, Wanderungen in den Dolomiten, 1877.
- John Ball, resoconto della salita al Pelmo del 19 settembre 1857, Alpine Journal.
Crediti fotografici
- Archivio del Gruppo Guide Alpine Cortina d’Ampezzo.
- Raccolta fotografica di Carlo Gandini Carlin.
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Antonio Dimai e l’evoluzione dell’alpinismo nelle Dolomiti
Dopo la conquista delle grandi cime, l’alpinismo dolomitico cambiò profondamente. Con Antonio Dimai iniziò l’epoca delle grandi pareti, delle vie nuove e di un modo completamente diverso di vivere la montagna.
