La Madonna della Solitudine

Un simulacro devozionale ai piedi della Croda Rossa

La chiesa della Madonna della Solitudine, edificata a Nuoro nei primi anni del ‘600, è un piccolo edificio molto amato dai nuoresi, sensibili alla devozione per la Vergine e all’ambiente incontaminato.
Per assonanza, il mio pensiero corre anche a La chiesa della Solitudine, l’ultimo romanzo scritto da Grazia Deledda nel 1936. Il libro ha come protagonista una donna che, come l’autrice, era ammalata di cancro.

Ma anche a Cortina, nel cuore del Parco delle Dolomiti d’Ampezzo, troviamo la Madonna della Solitudine, ed è di questo che oggi voglio parlarti. O meglio, non sarò io a farlo, ma mio cugino Ernesto, che pochi anni or sono scrisse un articolo che racconta la storia di questa statuetta devozionale.

In questi anni, colpiti dal lockdown, molto si è parlato di solitudine, ma il più delle volte in senso negativo. Ci sono però situazioni in cui la solitudine diventa una condizione piacevole, un momento di pace e tranquillità.
La Madonna della Solitudine è stata posta in un luogo ameno e solitario, frequentato raramente da pochi escursionisti che volentieri sfuggono al baccano della “civiltà”.
Quindi, la lontananza dagli altri si può vivere con piacere o con dolore, dipende dalle situazioni. In lingua inglese il concetto viene espresso semplicemente con due differenti vocaboli, solitude e loneliness, che si riferiscono rispettivamente al piacere o al dolore provati in condizioni di esclusione.

Nel nostro caso, se avrai modo di far visita alla piccola statua della Vergine, sono certo che saprai apprezzare un sano momento d’allontanamento dalla vita cittadina, e l’esser solo non ti peserà.
Ora però lascio spazio ad Ernesto, che con la sua solita bravura ci accompagna passo passo nella storia.

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La Madonna della Solitudine, nel cuore selvaggio del Parco d’Ampezzo

Da qualche mese vicino alla Madonna della Solitudine è stata collocata una targa in memoria del bivacco fisso Pia Helbig Dall’Oglio in Val Montejèla, promosso dall’ing. Marino Dall’Oglio e costruito nel 1964 dalla Fondazione Antonio Berti, inaugurato il 19.9.65 e demolito nel 2013, dopo un uso improprio durato per decenni che lo aveva degradato.

In quel luogo appartato ai piedi della Croda Rossa, c’è una statua che veglia sulle rocce; la storia della sua collocazione e l’origine del poetico nome, promosso toponimo e registrato in alcune carte e pubblicazioni, meritano un breve cenno.

Siamo a circa 2000 metri alle falde delle Jeràlbes, la fascia rocciosa che sostiene a nord-ovest la Val Montejèla, cuore selvaggio del nostro Parco d’Ampezzo. Qui il sentiero che da Ra Stua sale verso la Croda Rossa si biforca.

Lasciato a sinistra quello numerato con lo 0 e ufficialmente chiuso dal Parco, che presso la croce dedicata al pastore Simone Alverà Grisc si unisce a quello diretto in Fòsses il nostro continua ripidamente su declivio erboso fino a terminare nel luogo dove sorgeva il Bivacco.

Val Montejèla

Presso la biforcazione, il 29 settembre 1946 gli ampezzani Illuminato de Zanna Bianco e Guido Ghedina Ponuco vollero collocare di propria iniziativa in una nicchia delle soprastanti Jeràlbes una statua della Vergine, che dedicarono alla solitudine del luogo, dove allora i passanti erano più rari.

Il gesto si è ormai perso nel ricordo: i due appassionati sono scomparsi da decenni, ma la piccola statua vigila ancora sui gitanti, ha passato il nome al luogo e alla fine del ‘900 la sua solitudine è stata alleviata da ignoti, che le hanno murato accanto una formella dipinta a ricordo di una giovane defunta.

Ora, proprio ai piedi della Madonna della Solitudine, la Sezione del Cai Cortina ha voluto aggiungere anche una targa per ricordare doverosamente il bivacco che non c’è più e il suo generoso finanziatore.
La parete rocciosa sì è così riempita di simboli, incluse le scritte ormai stinte con le iniziali di de Zanna e Ghedina, le date di collocazione della statuina e dell’ultima visita di Illuminato, salito a 86 anni nel 1982. Non mancano nemmeno le tracce di una scalata di Eugenio Cipriani, e si spera che il tutto sia sufficiente.

Mi piace aggiungere anche che anni fa la zona fu al centro di un grosso equivoco. Qualcuno aveva raccolto, da chissà quale fonte, il nome “Val Ponuco” e aveva voluto avventurarsi nell’etimologia di un relitto linguistico ritenendolo autoctono e molto antico.

Ma era soltanto un “pesce d’aprile”: il nome della fantomatica valle era lo stesso della famiglia del Guido Ghedina salito lassù nel 1946, diffuso da qualche burlone per fare uno scherzo.

Nel rispetto della storia, della cultura e delle persone, la Madonna della Solitudine – una delle testimonianze devozionali di cui è ricco il nostro territorio – dovrebbe essere sempre tenuta in ordine: o perlomeno, sarebbe utile conservare e valorizzare il toponimo, nato dalla fede di chi collocò la Madonna in quel luogo solitario, ringraziandola per la fine della guerra e di tante traversie che avevano coinvolto anche Cortina.

di Ernesto Majoni
Pubblicato il 4 ottobre 2017
Notiziario delle Regole d’Ampezzo – Anno XXV – n. 168

A proposito di Ernesto Majoni, l’autore.

Nato nel 1958 a Cortina d’Ampezzo, dove risiede, cammina in montagna da quando era bambino; ha compiuto un centinaio (forse più) di scalate classiche sulle Dolomiti e ha salito numerose vie normali sulle Dolomiti, in Sudtirolo e in Austria.
Nel 1997 ha salito la Punta Lenana e la Punta Nelion del Mount Kenya.
Giornalista pubblicista e accademico del GISM, direttore editoriale di “Le Dolomiti Bellunesi“, ha contribuito con i suoi scritti alle antologie: “Il Regno Perduto“ (1991); “Fouzàrgo“ (2004); “La grande cordata“ (2008); “Dolomites“ (2009). Sulla montagna, fino ad oggi ha pubblicato: “Doi ome e ‘l diou“ (1996); “Su par ra Penes de Naeròu“ (2000); “1901 Barbaria Hütte – 2001 Rifugio Croda da Lago Gianni Palmieri“ (2001); “Rifugio Cinque Torri 1904 – 2004“ (2004); “Santo Siorpaes Salvadór (1832-1900)“ (2004); “Pomédes 1955-2005“ (2006); “Ra tore che r’à vorù morì“ (2007); “Da John Ball al 7° grado“ (2007), “Il Signore delle Montagne“ (2009).
Questo elenco è però incompleto, risale al 2009.
Da allora Ernesto ha scritto non meno di quattro libri di montagna, oltre a numerose altre pubblicazioni.
Qui il link al suo blog.

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