Ivano Dibona, la luce breve di un fuoriclasse.
Ivano Dibona
Ivano Dibona (Cortina d’Ampezzo, 1° giugno 1943 – Cima Grande di Lavaredo, 8 agosto 1968) è stato una guida alpina e membro degli Scoiattoli di Cortina. Nipote del leggendario Angelo Dibona, ha firmato importanti salite dolomitiche e ha dato il nome alla celebre Ferrata Ivano Dibona sul Monte Cristallo.
Perse la vita a soli 25 anni, durante una salita allo Spigolo Dibona con il prof. Antonello Muratori. In memoria di Muratori fu istituita una borsa di studio per studenti dell’Università di Genova soci del CAI.
Oggi, 8 agosto, ricorre l’anniversario della scomparsa di Ivano Dibona. Per ricordarlo e onorare la sua memoria, ho voluto scrivere questo articolo, ripercorrendo la sua vita, le sue salite e l’eredità che ha lasciato alle Dolomiti.
Ci sono uomini e nomi che, a Cortina d’Ampezzo, hanno lasciato un segno. Quello di Ivano Dibona è tra questi: guida alpina, Scoiattolo, talento purissimo cresciuto all’ombra delle Tofane. Nato a Cortina il 1° giugno 1943, in una famiglia di grandi alpinisti, a vent’anni era già Guida alpina e membro degli Scoiattoli di Cortina: riconoscimenti che raccontano da soli la precocità del suo valore.
La sua storia si ferma tragicamente presto. L’8 agosto 1968, a soli 25 anni, Ivano perde la vita sulla Cima Grande di Lavaredo, lungo lo Spigolo Dibona, mentre sta accompagnando un cliente: il prof. Antonello Muratori, libero docente all’Università di Genova e socio della Sezione Ligure del CAI. In ricordo di Muratori, la Sezione Ligure e la famiglia istituirono una borsa di studio destinata allo studente dell’Università di Genova – socio del CAI – che avesse ottenuto la migliore qualificazione annua negli studi (fonte CAI).
Ivano Dibona fu un alpinista completo, elegante nello stile e coraggioso nelle scelte, capace di firmare prime salite e ripetizioni di alto livello in anni in cui le Dolomiti erano laboratorio di tecnica e di etica.

Nei primi anni Sessanta il suo nome compare più volte nell’albo delle “prime” degli Scoiattoli: dalla Cima Belprà, con Marcello Bonafede nel 1963, al Monte Taburlo (1963), dalla Torre Salvella all’Antelao (1963) fino alla SE del Col Rosà (1966) e alla parete sud del Monte Taè (1966).
Sono pagine che restituiscono il ritratto di un giovane già maturo, capace di muoversi con naturalezza su difficoltà di VI grado dell’epoca (fonte Ramecrodes).
Se il suo nome è oggi familiare anche a molti escursionisti, lo si deve alla via Ferrata Ivano Dibona sul Monte Cristallo: un itinerario storico della Grande Guerra, riesplorato negli anni Sessanta da Fredy e Ivano Dibona, poi restaurato e riaperto nel 1970, con dedica a Ivano. È un percorso in cresta, aereo e scenografico, punteggiato di baraccamenti e scale militari, che attraversa luoghi dove la storia ha lasciato segni profondi e dove l’alpinismo ha trovato materia per sognare.
Nel racconto della montagna ampezzana, Ivano appartiene a una dinastia d’eccellenza: il suo cognome richiama immediatamente il nonno Angelo Dibona, leggenda delle Dolomiti e dell’alpinismo europeo del primo Novecento. Quel filo famigliare – fatto di mestiere, cultura della guida e passione per le pareti – spiega perché Ivano, in così pochi anni, sia riuscito a lasciare un segno tanto riconoscibile.

© archivio Famiglia Laner
Ricordarlo oggi significa anche fare i conti con ciò che resta dopo una perdita: resta il monito sulla responsabilità della guida, professione splendida e rischiosa; restano le sue linee salite con finezza e la traccia viva che ha lasciato nella comunità alpinistica; resta soprattutto quella ferrata sul Cristallo che porta il suo nome e che accompagna numerosi appassionati lungo una cresta sospesa tra memoria e bellezza.

A distanza di anni, l’8 agosto non è solo una data. È un appuntamento con la gratitudine per ciò che Ivano ha dato alla sua valle e alle Dolomiti: talento, stile, coraggio. Un giovane uomo che ha amato la montagna con intensità e che la montagna, troppo presto, si è ripreso. Finché ci saranno vie da salire e crinali da percorrere, il suo nome continuerà a parlare – con la semplicità delle cose vere – a chi cerca in parete qualcosa di più di una difficoltà da superare.
