Antonio Dimai e l’evoluzione dell’alpinismo dolomitico
Dopo aver raccontato le grandi esplorazioni di Paul Grohmann e delle prime guide alpine di Cortina, voglio continuare questo viaggio nella storia dell’alpinismo nelle Dolomiti. Nella seconda metà dell’Ottocento, le grandi cime erano ormai state raggiunte e sembrava che restasse ben poco da esplorare. In realtà, stava iniziando una nuova epoca, destinata a cambiare per sempre il modo di vivere e salire queste montagne.
Nel giro di pochi anni le montagne più importanti erano state conquistate e quelle che fino a poco tempo prima apparivano irraggiungibili erano ormai entrate nelle carte geografiche e nei racconti degli alpinisti. In realtà, stava iniziando una nuova epoca.
L’interesse degli alpinisti non era più rivolto soltanto alle cime ancora inviolate. L’obiettivo diventava la montagna stessa: le sue pareti, i suoi pilastri, i suoi camini. Non bastava più arrivare in vetta. Cominciavano a contare la difficoltà della salita, l’eleganza dell’itinerario e la capacità di superare ostacoli che fino a pochi anni prima sarebbero stati considerati impossibili.
Anche la professione della guida alpina cambiò profondamente. Le prime guide, come Angelo e Fulgenzio Dimai, avevano accompagnato gli esploratori alla scoperta delle Dolomiti. La generazione successiva, invece, dovette affrontare una sfida diversa: guidare clienti sempre più preparati lungo itinerari nuovi, spesso su pareti dove nessuno aveva ancora trovato una linea di salita.
Fra i protagonisti di questa nuova stagione emerse una figura destinata a segnare un’intera epoca dell’alpinismo dolomitico: Antonio Dimai Deo.
Cresciuto nella famiglia che aveva aperto la strada
Antonio nacque a Cortina d’Ampezzo il 9 novembre 1866. Il padre Angelo e lo zio Fulgenzio avevano accompagnato Paul Grohmann nella conquista di alcune fra le più importanti cime dolomitiche, contribuendo alla stagione pionieristica dell’alpinismo.
Per Antonio la montagna non rappresentò mai una scoperta improvvisa. Era parte della vita quotidiana. Come molti uomini della valle era agricoltore e falegname; la professione di guida alpina si affiancava ai lavori tradizionali e richiedeva una conoscenza della montagna costruita vivendo ogni giorno fra quei monti.
Quando conseguì il brevetto di guida alpina, nel 1888, aveva appena ventidue anni. Era il momento ideale per iniziare una carriera destinata a svilupparsi proprio mentre l’alpinismo stava cambiando volto.

Un nuovo modo di vivere la montagna
Alla fine dell’Ottocento Cortina era ormai uno dei principali punti di riferimento dell’alpinismo europeo. Gli alpinisti che arrivavano in Ampezzo non cercavano più soltanto vette inviolate: volevano affrontare pareti più ripide, itinerari più eleganti e difficoltà sempre maggiori.
Fu in questo contesto che Antonio Dimai costruì la propria fama. Carlo Gandini lo descrive come «la più famosa guida alpina e fra i migliori dolomitisti in senso assoluto della fine del secolo», un giudizio che sintetizza bene il prestigio conquistato in oltre vent’anni di attività.
Alla fine dell’Ottocento una normale giornata di lavoro poteva trasformarsi in una prima ascensione. Le guide non si limitavano ad accompagnare: contribuivano direttamente all’evoluzione dell’alpinismo. Antonio Dimai fu uno dei protagonisti dell’evoluzione dell’alpinismo nelle Dolomiti, accompagnando i migliori alpinisti europei sulle nuove grandi pareti.
La conquista delle grandi pareti

Se le grandi cime avevano caratterizzato la prima stagione dell’alpinismo dolomitico, gli ultimi anni dell’Ottocento furono invece l’epoca delle grandi pareti.
La vetta della Tofana di Rozes, per esempio, era già stata raggiunta molti anni prima. Eppure la sua immensa parete sud continuava a rappresentare una sfida aperta. Non si trattava più di arrivare sulla cima, ma di trovare una linea capace di superare centinaia di metri di roccia apparentemente compatta. Era un modo completamente nuovo di guardare la montagna.
Fu proprio in questo contesto che Antonio Dimai lasciò una delle testimonianze più importanti della sua carriera.
Nell’agosto del 1901 accompagnò le sorelle ungheresi Ilona e Rolanda von Eötvös, insieme alle guide Agostino Verzi e Giovanni Siorpaes, lungo un nuovo itinerario sulla parete sud della Tofana di Rozes. Quella salita sarebbe passata alla storia con il nome di via Dimai-Eötvös e, ancora oggi, rappresenta una delle grandi classiche delle Dolomiti.
Il valore di quella salita non consisteva soltanto nella difficoltà dell’itinerario. Per la prima volta una grande parete diventava il vero obiettivo dell’ascensione. Solo quarant’anni prima gli alpinisti avevano cercato soprattutto vette inviolate. Nel 1901 la sfida era ormai interpretare una parete, scegliendo una linea elegante, logica e sicura attraverso una muraglia di roccia che sembrava non offrire alcuna possibilità di salita.
La via Dimai-Eötvös rappresenta uno dei momenti simbolo dell’evoluzione dell’alpinismo nelle Dolomiti. Non segnò la conquista di una nuova cima, ma l’inizio di una nuova maniera di viverla.
Ancora oggi quella via viene percorsa da numerosi alpinisti. Non soltanto per il suo valore tecnico, ma perché conserva intatto il fascino di un itinerario che appartiene alla storia dell’alpinismo. Scopri la storia della via Dimai-Eötvös sulla parete sud della Tofana di Rozes.
L’esperienza di una guida alpina
Antonio Dimai costruì la propria reputazione non soltanto aprendo nuovi itinerari, ma anche affrontando la montagna con un’esperienza e una serenità che i clienti imparavano presto ad apprezzare.
Un episodio lo racconta bene. Nel dicembre del 1891 accompagnò, insieme al fratello Pietro, l’alpinista olandese Jeanne Immink nella prima ascensione invernale della Croda da Lago. Oggi si tende a pensare soprattutto all’arrampicata, ma l’impresa iniziava molto prima. Raggiungere la parete partendo da Pocol, in un inverno dolomitico di fine Ottocento, costituiva già di per sé una piccola impresa. Durante la salita le guide dovettero anche scavare gradini nel ghiaccio con una piccola scure, un attrezzo che allora faceva parte del normale equipaggiamento di una guida alpina.

Più dell’episodio stesso, colpisce ciò che racconta del mestiere della guida alpina alla fine dell’Ottocento: uomini abituati a risolvere problemi con i mezzi disponibili, molto prima che esistessero l’attrezzatura moderna, le previsioni meteo e i soccorsi organizzati. Anche questa capacità contribuì a fare di Antonio Dimai una delle guide più stimate delle Dolomiti.
Una guerra che pose fine a un’epoca
Per oltre vent’anni Antonio Dimai fu uno dei principali protagonisti dell’alpinismo dolomitico. Mentre lui accompagnava clienti provenienti da tutta Europa sulle montagne di Cortina, l’alpinismo continuava a evolversi. Le grandi pareti delle Dolomiti diventavano il terreno dove si misuravano le migliori guide alpine e gli alpinisti più preparati del continente.
Quella stagione si interruppe bruscamente nel 1915, con lo scoppio della Prima guerra mondiale.
Nel maggio del 1915 l’Italia entrò in guerra contro l’Impero austro-ungarico. Anche le Dolomiti cambiarono improvvisamente volto. Le montagne che fino al giorno prima erano state percorse da guide alpine e alpinisti si trasformarono in un fronte di guerra. Pareti, forcelle e sentieri divennero postazioni militari, trincee e camminamenti, mentre il rumore dei moschettoni lasciava il posto a quello dell’artiglieria.
Secondo quanto ricostruito da Franco Fini e Carlo Gandini, dopo l’occupazione italiana di Cortina gli venne chiesto di guidare i militari italiani lungo la via che lui stesso aveva aperto sulla parete sud della Tofana di Rozes. Antonio rifiutò. Su quella montagna combattevano uomini della sua valle, arruolati nell’esercito austro-ungarico, e non intendeva accompagnare soldati contro i propri compaesani.
Quel rifiuto ebbe pesanti conseguenze.
Antonio fu arrestato e allontanato da Cortina, venendo inviato al domicilio coatto in Toscana. La sua vicenda avrebbe potuto concludersi in quel modo se non fosse intervenuto uno dei suoi antichi clienti: Alberto I, re del Belgio.
Alberto I non era soltanto un sovrano: era stato uno dei suoi clienti più illustri. Conoscendo personalmente Antonio, ne testimoniò la correttezza e la lealtà, contribuendo alla sua liberazione.
È un episodio che racconta molto della considerazione conquistata da Antonio nel corso della sua carriera. Non fu soltanto un grande alpinista o una guida esperta. Seppe costruire, con il proprio lavoro e con il proprio comportamento, rapporti di stima che andarono ben oltre il semplice accompagnamento in montagna.
L’eredità di Antonio Dimai
Osservando oggi la storia dell’alpinismo dolomitico, è facile ricordare Antonio Dimai per il numero delle sue prime ascensioni o per la celebre via sulla parete sud della Tofana di Rozes.
La sua eredità, però, è più profonda.
Antonio appartiene a quella generazione di guide alpine che accompagnò le Dolomiti nella loro trasformazione. Quando iniziò a lavorare, l’alpinismo conservava ancora lo spirito delle grandi esplorazioni inaugurate da Grohmann. Quando terminò la sua stagione migliore, le Dolomiti erano ormai diventate uno dei luoghi simbolo dell’arrampicata europea.
Fu una trasformazione avvenuta senza clamore, salita dopo salita, cliente dopo cliente. Le guide alpine non si limitarono ad accompagnare gli alpinisti lungo itinerari già conosciuti, ma contribuirono direttamente a immaginare nuovi percorsi e a sviluppare una tecnica che avrebbe aperto la strada alle generazioni successive.
In questo senso Antonio Dimai rappresenta il ponte fra due epoche.
Da una parte i pionieri che conquistarono le grandi cime; dall’altra gli uomini che trasformarono le pareti dolomitiche in uno dei luoghi più importanti della storia dell’arrampicata.
La guerra interruppe bruscamente quella stagione, ma non fermò l’evoluzione dell’alpinismo.
Negli anni successivi una nuova generazione avrebbe raccolto quell’eredità, portando l’arrampicata dolomitica a un livello ancora più alto.
Quando la guerra pose fine a quella stagione, Antonio Dimai aveva già lasciato un segno profondo nella storia dell’alpinismo dolomitico. Le grandi pareti alle quali aveva contribuito a scrivere pagine importanti sarebbero diventate il terreno sul quale una nuova generazione di arrampicatori avrebbe continuato quella storia.
Anche grazie a guide come Antonio Dimai, l’evoluzione dell’alpinismo nelle Dolomiti proseguì fino a portare all’epoca di Angelo Dibona e dell’arrampicata moderna.
Bibliografia
- Carlo Gandini, Franco Gaspari, Antonio Dimai Deo. Una famiglia di guide alpine, Gruppo Scoiattoli, Cortina d’Ampezzo, 2016.
- Franco Fini, Carlo Gandini, Le guide di Cortina d’Ampezzo, Zanichelli.
Crediti fotografici
- Archivio del Gruppo Guide Alpine Cortina d’Ampezzo.
- Raccolta fotografica di Carlo Gandini Carlin.
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