Dalla tradizione all’alpinismo moderno

La conquista del K2 nel 1954 rappresentò uno dei momenti più alti della storia dell’alpinismo ampezzano, ma naturalmente quella storia non si fermò lì. Negli anni successivi le pareti delle Dolomiti continuarono a essere percorse e interpretate da generazioni diverse di alpinisti, mentre cambiavano lentamente le tecniche, i materiali e soprattutto il modo stesso di intendere l’arrampicata libera.

Per molto tempo il sesto grado aveva rappresentato il limite estremo. Le grandi vie aperte tra gli anni Trenta e Cinquanta avevano portato l’arrampicata libera a livelli altissimi, ma nello stesso periodo si era sviluppato sempre più anche l’uso dell’arrampicata artificiale. Chiodi, moschettoni e staffe permettevano di superare pareti che sembravano prive di possibilità naturali, trasformando in terreno percorribile placche compatte, strapiombi e tetti sui quali l’arrampicatore non avrebbe potuto avanzare affidandosi soltanto agli appigli della roccia.

Anche a Cortina questa evoluzione lasciò un segno profondo. Gli Scoiattoli continuarono ad aprire nuove vie e a cercare difficoltà sempre maggiori, confrontandosi con una domanda che attraversava ormai tutto l’alpinismo europeo: fino a che punto era legittimo utilizzare mezzi artificiali per superare una parete?

Dall’artificiale all‘arrampicata libera

Negli anni Sessanta l’arrampicata artificiale raggiunse livelli estremi. Uno degli esempi più significativi sulle montagne di Cortina fu la via aperta nel 1966 da Ivano Dibona, Luciano Da Pozzo e Diego Valleferro sulla parete sud del Taè: una via di 400 metri nella quale furono utilizzati 350 chiodi, di cui 180 chiodi a pressione.

I chiodi a pressione rappresentavano qualcosa di profondamente diverso dai chiodi tradizionali. Questi ultimi venivano inseriti nelle fessure naturali della roccia; per collocare un chiodo a pressione, invece, era necessario praticare artificialmente un foro nella parete. L’arrampicatore poteva quindi creare un punto di progressione anche dove la roccia non offriva alcuna possibilità naturale.

Ivano Dibona fu uno dei più forti alpinisti ampezzani della sua generazione e protagonista di numerose salite di grande difficoltà. La sua morte nel 1968, a soli venticinque anni, mentre arrampicava con un cliente sulla Cima Grande di Lavaredo, interruppe una carriera alpinistica eccezionalmente intensa. Ho raccontato più diffusamente la sua storia nell’articolo dedicato a Ivano Dibona, guida alpina di Cortina.

Ma proprio mentre l’arrampicata artificiale sembrava permettere di superare praticamente qualsiasi parete, altrove stava tornando a farsi strada un’idea antica: cercare di salire utilizzando il più possibile le sole possibilità offerte dalla roccia.

Non era davvero una novità. All’inizio del Novecento Paul Preuss aveva sostenuto una concezione radicale dell’arrampicata libera e negli anni successivi alcuni grandi alpinisti avevano raggiunto difficoltà straordinarie affidandosi quasi esclusivamente alle proprie capacità. Con l’affermazione dell’artificiale quella tradizione era però passata in secondo piano. Negli anni Sessanta e soprattutto Settanta tornò invece a essere centrale, alimentata anche da quanto stava accadendo negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in altri ambienti europei.

Si cominciò così a guardare diversamente anche le vie già esistenti. Gli arrampicatori iniziarono a provare in libera passaggi che fino a poco tempo prima venivano superati appendendosi ai chiodi e utilizzando le staffe. Nelle nuove vie si cercava di utilizzare pochi chiodi e di superare i passaggi arrampicando, anziché servendosi dell’attrezzatura per progredire. Non cambiavano soltanto le tecniche: stava cambiando il significato stesso attribuito alla difficoltà.

Il confine del sesto grado

Per decenni il sesto grado era stato considerato il limite delle possibilità umane. Quando negli anni Venti la scala delle difficoltà elaborata da Welzenbach arrivò al VI grado, quella classificazione sembrava descrivere un confine definitivo: oltre non avrebbe dovuto esserci nulla.

Naturalmente gli arrampicatori continuarono a migliorare. Il VI grado divenne sempre più articolato e comparvero valutazioni come VI−, VI e VI+, ma per molto tempo nessuno volle formalmente ammettere che quel limite fosse stato superato. La storia di questo confine, e del modo in cui per decenni condizionò la valutazione delle difficoltà, l’ho raccontata più diffusamente nell’articolo dedicato a Il Sesto Grado.

Negli anni Settanta quel sistema non poteva però più reggere. Le difficoltà raggiunte dagli arrampicatori erano ormai superiori a quelle per le quali era stata concepita la scala originaria e nel 1977 l’UIAA decise infine di aprirla verso l’alto. Comparve ufficialmente il VII grado.

Fu molto più di una modifica formale. Significava riconoscere che non esisteva un limite assoluto prestabilito e che la difficoltà poteva continuare a crescere insieme alle capacità degli arrampicatori.

Un nuovo modo di arrampicare

Il cambiamento non nacque naturalmente a Cortina. Già negli anni Cinquanta e Sessanta sulle Dolomiti alcuni alpinisti avevano continuato a spingere molto avanti l’arrampicata libera. Walter Philipp e Dieter Flamm sulla Civetta, Armando Aste e Franco Solina sulla Marmolada e, successivamente, Reinhold Messner e altri fortissimi arrampicatori dell’area dolomitica e delle Alpi orientali avevano dimostrato che esistevano ancora enormi possibilità senza ricorrere sistematicamente all’artificiale.

Negli anni Settanta arrivarono poi altre influenze. Negli Stati Uniti, soprattutto in Yosemite, e in Gran Bretagna si stava sviluppando una cultura dell’arrampicata nella quale il gesto atletico, l’allenamento e la salita in libera assumevano un’importanza sempre maggiore. In Italia queste idee trovarono una delle loro espressioni più note nel Nuovo Mattino, il movimento culturale legato soprattutto all’ambiente piemontese e alla figura di Gian Piero Motti. La montagna cessava di essere vista esclusivamente come luogo di conquista, sacrificio ed eroismo. Si poteva arrampicare anche per gioco, per curiosità, per esplorare le proprie capacità e semplicemente per il piacere di stare sulla roccia.

Anche luoghi lontani dalle Dolomiti divennero punti di riferimento. Le pareti del Verdon, nella Francia meridionale, erano un esempio quasi perfetto della nuova concezione: grandi placche verticali che precipitavano nel canyon, senza una vera cima da conquistare. L’arrampicata poteva diventare essa stessa lo scopo della giornata.

A Cortina questa trasformazione arrivò con una certa gradualità. La tradizione alpinistica era forte e la grande parete continuava a rappresentare il terreno naturale sul quale misurarsi. Ma tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta il cambiamento divenne sempre più evidente.

Lo ricordo bene perché sono gli anni nei quali ho cominciato ad arrampicare anch’io. Nel 1978 utilizzavo ancora normalmente le staffe sui passaggi artificiali e arrampicavo con scarpe da montagna; nel 1980 le calzature erano ancora quelle tradizionali.
A Cortina le scarpette da arrampicata cominciarono a diffondersi nei primi anni Ottanta, e nel 1982 le usavo ormai anch’io. In pochissimo tempo cambiò il modo di utilizzare i piedi, di affrontare le placche e, più in generale, di muoversi sulla roccia.

Naturalmente non furono soltanto le scarpe a cambiare. Nuts e altri sistemi di protezione permettevano in molte situazioni di assicurarsi senza piantare chiodi; corde e imbragature diventavano più leggere e funzionali.

Ma soprattutto aumentava l’importanza dell’allenamento. Si cercavano movimenti più difficili, si provavano passaggi più volte e la capacità di arrampicare diventava sempre più qualcosa che poteva essere sviluppato sistematicamente.

Le pareti cambiano significato

A partire dalla fine degli anni Settanta questa nuova mentalità cominciò a riflettersi anche nelle vie aperte dagli Scoiattoli. Il numero dei chiodi tendeva a diminuire, mentre aumentava l’interesse per la difficoltà dell’arrampicata libera. Pareti e placche che in precedenza potevano apparire poco interessanti perché troppo lisce cominciavano a essere osservate con occhi diversi.

Un piccolo ma significativo esempio si trova proprio alle Cinque Torri. Nel 1983 Franco Gaspari ed Enrico Lacedelli aprirono Sir Biss sulla Torre Grande. Era una via breve, circa 100 metri, ma percorreva una parete molto liscia compresa tra due vecchi itinerari più facili: la via Armida a destra e il diedro Olga a sinistra. Una porzione di roccia rimasta fino ad allora libera diventava terreno per una nuova arrampicata, più tecnica e difficile. La via fu aperta con soli dieci chiodi e raggiungeva difficoltà di VI grado.

Ma fu soprattutto sugli Spalti del Col Bechei che, nella prima metà degli anni Ottanta, la trasformazione divenne evidente. Quelle pareti relativamente poco frequentate offrirono terreno ideale a una generazione che cercava difficoltà diverse rispetto al passato. Nel 1984 Stefano Dibona, Guido Salton, Adolfo Ciampitti e Paolo Baroldi aprirono un itinerario di circa 500 metri con difficoltà fino al VII grado, dedicandolo alla memoria di Giancarlo Milan. Poco dopo Mario Dibona “Moro” e Paolo Bellodis aprirono Los Angeles ’84, 280 metri con difficoltà fino al VI+.

Il salto più evidente arrivò con Mario Dibona “Moro” e Massimo Da Pozzo. Massimo è figlio di Luciano Da Pozzo, protagonista della generazione precedente e, come abbiamo visto, tra gli apritori nel 1966 della via in artificiale sulla Tofana di Mezzo. Sugli Spalti del Col Bechei aprirono Thriller, 350 metri con difficoltà fino al VII e VII+, e Illusione ottica, 300 metri con passaggi ancora più difficili. Dove la roccia non offriva possibilità di protezione naturale vennero utilizzati anche alcuni spit, collocati durante l’apertura.

Non era più soltanto questione di raggiungere una cima attraverso una parete nuova. La qualità e la difficoltà dell’arrampicata diventavano elementi centrali nella scelta stessa della linea.

Dalle grandi pareti alle falesie

L’allenamento su piccole pareti non era una novità a Cortina. Il Sasso di Colfiere, nei pressi del lago Ghedina, era una falesia storica utilizzata già dalle generazioni precedenti di alpinisti, come ho raccontato nell’articolo dedicato al Sasso di Colfiere.

Negli anni Ottanta cambiò però il modo di concepire questi luoghi. L’affermarsi dell’arrampicata libera e la ricerca di difficoltà sempre maggiori portarono a cercare pareti sulle quali fosse possibile allenare sistematicamente il gesto, provare movimenti difficili e ripeterli più volte. Accanto ai luoghi tradizionali vennero così sviluppati nuovi settori, con itinerari brevi attrezzati con spit ravvicinati, dove era possibile concentrarsi soprattutto sulla difficoltà dell’arrampicata.

Vennero sviluppate le pareti di Son Pouses, ai piedi della Croda d’Ancona, e le Crepe d’Oucera, verso Passo Giau, destinate a diventare una delle falesie più importanti dell’area di Cortina. Altri settori nacquero a Rio Gere, Becco d’Aial e Volpera, mentre alle Cinque Torri venivano aggiunti nuovi itinerari accanto alle vie tradizionali.

Era un cambiamento profondo. Per generazioni l’arrampicata era stata quasi inseparabile dalla montagna e dalla cima; ora poteva essere praticata anche su pareti alte poche decine di metri, ripetendo più volte lo stesso passaggio fino a riuscire a superarlo. Questa nuova dimensione non sostituì l’alpinismo. Per molti arrampicatori divenne invece un laboratorio nel quale sviluppare capacità che potevano poi essere riportate sulle grandi pareti.

L’ottavo grado sulle Dolomiti

I risultati si videro rapidamente. Nel 1987 venne superata per la prima volta in libera la via aperta nel 1966 da Ivano Dibona, Luciano Da Pozzo e Diego Valleferro sulla parete est dello Sperone Destro della Tofana di Mezzo. Mario Lacedelli, Franco Bellodis “Fantorin”, Marco Da Pozzo, Alessandro Manaigo “Fido”, Franco Alverà “Boni” e lo stesso Luciano Da Pozzo percorsero la via utilizzando la chiodatura originale e affrontando difficoltà di VIII grado.

La presenza di Luciano Da Pozzo rende quella salita particolarmente significativa. Ventun anni prima aveva partecipato all’apertura della via in artificiale; ora tornava sulla stessa parete e raggiungeva la cima senza utilizzare le staffe. In una sola salita si ritrovavano così due epoche diverse dell’arrampicata e, insieme, una continuità fra generazioni.

Quella salita raccontava forse meglio di qualsiasi teoria quanto fosse cambiata l’arrampicata in poco più di vent’anni: una via nata nell’epoca dell’artificiale veniva reinterpretata attraverso l’arrampicata libera.

Nel 1988 Luigi Majoni “Manin”, Mauro Olivotto e Alberto Bonafede aprirono Il dono dell’aquila sulla parete sud-occidentale della Croda Marcora, nel gruppo del Sorapiss: circa 750 metri con difficoltà vicine all’VIII grado. Luigi Majoni e Andrea Balbo aprirono invece Seul ’88 sulla parete sud del Taè, 400 metri affrontati utilizzando soltanto diciassette chiodi, con difficoltà dal V al VI+ e un passaggio di VII.

Sempre sul Taè, Massimo Da Pozzo e Alfredo Bertinelli aprirono la Via del Parlamento italiano: 400 metri di arrampicata molto difficile, fino all’VIII grado, con dodici chiodi e due spit. Nella stessa stagione Da Pozzo riuscì inoltre a percorrere in libera grandi vie storiche come la Hasse-Brandler sulla Cima Grande di Lavaredo e la Schalet-Biasin sul Sass Maor, affrontando difficoltà ormai prossime al IX grado.

Massimo Da Pozzo arrampica sulla Via del Parlamento italiano al Monte Taè nel 1988
Massimo Da Pozzo sulla Via del Parlamento italiano al Monte Taè, aperta con Alfredo Bertinelli nel 1988. I 400 metri della via, con difficoltà fino all’VIII grado, furono aperti utilizzando soltanto dodici chiodi e due spit. Archivio Scoiattoli.

Il vecchio confine del sesto grado era definitivamente lontano.

Dalla montagna alla competizione

Negli anni successivi l’arrampicata sportiva acquistò sempre maggiore autonomia. Le gare, inizialmente guardate con sospetto da una parte del mondo alpinistico, trasformarono progressivamente l’arrampicata in una disciplina nella quale la prestazione atletica poteva essere misurata e confrontata indipendentemente dalla montagna.

Anche Cortina ebbe un protagonista di primo piano in questa nuova fase. Negli anni Novanta Luca Zardini “Canon”, Scoiattolo di Cortina, raggiunse i vertici dell’arrampicata sportiva internazionale, arrivando al secondo posto nella Coppa del Mondo.

Il passaggio è significativo. Poco più di mezzo secolo prima gli Scoiattoli erano nati come un gruppo di giovani amici che arrampicavano sulle Cinque Torri e sulle montagne intorno a Cortina.

Ora uno di loro gareggiava ai massimi livelli mondiali di una disciplina che, pur nata dalla stessa passione per la roccia, aveva ormai regole, luoghi e obiettivi completamente diversi dall’alpinismo tradizionale.

Eppure le due storie non si separarono mai completamente. Le capacità sviluppate attraverso l’allenamento e l’arrampicata sportiva tornarono sulle grandi pareti, consentendo di affrontare in libera difficoltà che pochi decenni prima avrebbero richiesto l’uso sistematico dell’artificiale.

Pareti nuove, vecchie domande

L’introduzione dello spit sulle grandi pareti aprì una discussione destinata a proseguire fino ai nostri giorni. A differenza del chiodo a pressione utilizzato nell’arrampicata artificiale, lo spit non serviva normalmente per progredire, ma per proteggere l’arrampicatore in caso di caduta. L’arrampicata rimaneva quindi libera: mani e piedi utilizzavano soltanto gli appigli e gli appoggi naturali della roccia, mentre negli spit venivano inseriti i rinvii nei quali passava la corda.

Con l’aumento delle difficoltà questa possibilità assumeva un’importanza sempre maggiore. Su placche molto compatte e prive di fessure, dove non era possibile utilizzare chiodi tradizionali o protezioni mobili, una caduta poteva altrimenti avere conseguenze molto gravi. Lo spit permetteva così di affrontare in libera passaggi estremamente difficili limitando la lunghezza e la pericolosità di un eventuale volo.

La discussione si spostava quindi su un terreno in parte nuovo. Non si trattava più tanto di utilizzare un mezzo artificiale per superare un passaggio, quanto di decidere fino a che punto fosse lecito attrezzare la parete per renderne più sicura la salita. Quanti spit utilizzare? Dove collocarli? Era accettabile forare la roccia quando esisteva la possibilità di proteggersi con mezzi tradizionali?

Sotto forme diverse riaffiorava così una questione che aveva accompagnato tutta la storia dell’alpinismo moderno: quale rapporto dovesse esistere tra le capacità dell’arrampicatore, i mezzi tecnici a sua disposizione e le caratteristiche naturali della parete. Gli strumenti erano cambiati, e con essi anche il problema, ma il confronto fra libertà, sicurezza e rispetto della roccia era destinato a rimanere aperto.

Una storia che continua

Dagli anni Novanta a oggi l’arrampicata si è sviluppata in direzioni sempre più diverse. L’arrampicata sportiva ha raggiunto livelli tecnici un tempo impensabili; le competizioni sono diventate una disciplina internazionale fino a entrare nel programma olimpico; sulle grandi pareti l’arrampicata libera ha continuato a spostare verso l’alto il limite delle difficoltà, mentre accanto alle vie tradizionali sono comparsi itinerari moderni protetti a spit.

Anche sulle Dolomiti convivono oggi modi molto diversi di intendere la scalata. Ci sono vie sulle quali si cerca di lasciare la roccia quasi completamente intatta, utilizzando protezioni mobili e pochissimi chiodi; itinerari moderni attrezzati a spit; grandi vie classiche sulle quali continuano a scalare generazioni di alpinisti; e falesie dove l’obiettivo principale è la difficoltà del movimento.

Non credo che una di queste forme possa raccontare da sola che cosa sia diventata l’arrampicata. Ognuna è figlia di un momento diverso della sua storia e, spesso, idee apparentemente nuove ripropongono questioni che gli alpinisti si ponevano già molti decenni prima.

Una parte di quest’ultima trasformazione ho avuto la fortuna di viverla personalmente. Quando ho cominciato ad arrampicare, alla fine degli anni Settanta, le staffe e le scarpe da montagna appartenevano ancora alla normalità. Pochi anni dopo arrampicavamo con le scarpette e cercavamo di passare in libera dove prima ci si tirava sui chiodi. Non ci sembrava necessariamente di assistere a un passaggio storico: stavamo semplicemente arrampicando e cercando, come avevano fatto quelli prima di noi, di capire fin dove potevamo arrivare.

Conclusione

Sono passati più di centocinquant’anni dalle prime grandi salite che abbiamo raccontato all’inizio di questa storia. Da allora sono cambiati i materiali, le tecniche, le difficoltà e perfino le ragioni per cui si arrampica. Le pareti, invece, sono rimaste le stesse.

Le stesse pareti che Grohmann osservava cercando un passaggio verso una cima ancora sconosciuta, che le prime guide di Cortina impararono a conoscere passo dopo passo, che Antonio Dimai e Angelo Dibona affrontarono cercando nuove linee e che generazioni successive di alpinisti hanno continuato a percorrere, ogni volta con strumenti, capacità e idee diverse.

Forse è proprio questo il filo che unisce tutta questa storia. Ogni generazione ha guardato quelle pareti con occhi nuovi, scoprendovi possibilità che quella precedente non aveva ancora immaginato. Una parete considerata impossibile è diventata una via; un passaggio superato in artificiale è stato percorso in libera; un grado ritenuto il limite delle capacità umane è diventato, qualche decennio più tardi, terreno per una nuova generazione.

Eppure, quando si è lassù, qualcosa è rimasto sorprendentemente uguale. La roccia sotto le mani, il vuoto, la ricerca del passaggio, l’incertezza di ciò che si troverà qualche metro più in alto. È cambiato quasi tutto intorno all’arrampicatore, ma quel rapporto diretto con la montagna attraversa ancora tutta la storia dell’alpinismo.

Questa storia è cominciata sulle montagne di Cortina molto prima di noi. Io ho avuto la fortuna di viverne personalmente soltanto una parte e di conoscere alcuni degli uomini che ne sono stati protagonisti. Raccontarla è stato anche un modo per tornare sulle loro tracce e per capire meglio da dove viene l’alpinismo che pratichiamo oggi.


Bibliografia

Giovanni Cenacchi, Gli Scoiattoli di Cortina – Storia e memoria di 50 anni d’alpinismo ampezzano, Edizioni Dolomiti, 1989.

Crediti fotografici

Le fotografie storiche provengono dall’Archivio degli Scoiattoli di Cortina e dall’archivio personale di Enrico Maioni.


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Enrico Maioni e la filosofia di guida alpina.

Enrico Maioni

Questo è il mio blog. Guida Alpina, nato e cresciuto a Cortina d’Ampezzo, con una vasta conoscenza delle Dolomiti e anni di esperienza in montagna.