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Angelo Dibona, simbolo delle guide di Cortina.

Angelo Dibona, simbolo delle guide ampezzane.

Angelo DibonaAngelo Dibona “Pilato”, simbolo incontrastato delle guide alpine ampezzane, visse dal 1879 al 1956 ed è considerato uno fra i migliori arrampicatori del XX secolo.
Nella sua carriera, durata cinquant’anni, compì una incredibile serie di nuove scalate in tutto l’arco alpino, dalle Alpi Giulie, al Massiccio del Monte Bianco, fino al Delfinato Francese; qui divenne talmente famoso per le sue nuove salite sul Pic Central de la Maije, che oggi ben due intere pareti del bel museo della montagna di Saint Christophe en Oisans sono dedicate alla grande guida ampezzana.

Arrampicò su montagne italiane, austriache, germaniche, francesi, svizzere e slovene; conobbe persino le scogliere d’Inghilterra e aprì una settantina di vie su roccia e ghiaccio, sfiorando il limite del sesto grado e affermandosi per il coraggio e la disinvoltura nel muoversi su ogni terreno.

Oltre ad essere stata la guida dolomitica più famosa dei suoi tempi, sicuramente fu, insieme a Paul Preuss, l’alpinista più importante del periodo immediatamente precedente la prima guerra mondiale. In quell’epoca, infatti, nessun altro riuscì a compiere così tante e grandiose prime ascensioni.

Angelo DibonaQuasi tutte le “vie Dibona” sono elegantissime ed esigono non solo grandi doti tecniche, ma anche una notevole capacità di resistenza da parte dell’alpinista.
Egli compì le prime ascensioni solo in età relativamente avanzata. Possedeva del resto quel particolare istinto che solo gli uomini cresciuti fra le montagne riescono a sviluppare. Era in grado di individuare il tracciato più logico di una scalata dalla conformazione delle pareti e non aveva bisogno di alcuna relazione. La letteratura alpina lo interessava poco, e preferiva affidarsi alla natura e all’istinto.
Il suo fiuto per i pericoli – caduta di massi, valanghe, bufere – gli consentiva di superare felicemente molte situazioni critiche.

Non è mia intenzione elencare qui le tante, mitiche prime ascensioni compiute da Dibona, ma voglio però citare la via aperta da Dibona e Luigi Rizzi con i fratelli Guido e Max Mayer sull’altissima ed impressionante parete Sud-ovest del Croz dell’Altissimo (Brenta) dove Angelo, in totale arrampicata libera, il 16 agosto 1910 superò tratti di V° superiore.

Sul passaggio chiave della salita, il famoso “masso squarciato”, un tetto spaccato da una fessura che esce nel vuoto per parecchi metri, Dibona piantò due dei quindici chiodi che usò in tutta la sua vita.
Paul Preuss e Paul Relly il 3 agosto 1911 ne fanno la prima ripetizione e si sa che Preuss, re dell’arrampicata libera, impiegò più di due ore per superare il passaggio chiave e che ne uscì stizzito.
Alcuni alpinisti di valore considerano il passaggio del tetto di VI°. In questo caso la storia dell’alpinismo dolomitico, che considera come prima via di VI° la Solleder in Civetta (1925) andrebbe riscritta.

Su questa parete, alta 1000 metri, Dibona realizzò veramente il suo capolavoro: peccato che la sua via non verrà ripetuta con la stessa purezza di stile (se si esclude la prima ripetizione del grandissimo Preuss), ma si ricorrerà a molti chiodi dove l’ampezzano era passato esclusivamente in libera.

Dal 1976 nella Piazza Angelo Dibona di Cortina d’Ampezzo fa bella mostra di sé un busto bronzeo, opera del famoso artista falcadino Augusto Murer, raffigurante Angelo Dibona. Di lui scrisse Mayer: «Dibona non è uno dei migliori arrampicatori delle Dolomiti, ma il migliore arrampicatore del mondo».

Fedele ai suoi clienti accettò modestamente la sua condizione di guida alpina; al contrario di altri suoi colleghi, non scrisse, non discusse e non polemizzò sui vari sistemi di arrampicata, sull’uso o non uso dei chiodi da roccia.

Non c’è alcun dubbio però, che sul piano alpinistico le sue ascensioni lo pongono al livello dei massimi arrampicatori del suo tempo. Nonostante i suoi successi alpinistici, riconosciuti dall’intero mondo dell’alpinismo, Angelo Dibona non rinnegò mai le sue origini contadine.

A questo grande dell’alpinismo è stato dedicato il rifugio Dibona, situato ai piedi dell’imponente parete sud della Tofana di Rozes.
Sono certo che anche Angelo avrebbe apprezzato la scelta di questo luogo, a metà strada tra boschi e pareti vertiginose.

Era uno scalatore che andava tranquillamente per la sua strada, e resterà certamente una delle grandi figure della storia dell’alpinismo.

Articoli correlati: tra gli illustri clienti di Angelo Dibona figura anche Re Alberto del Belgio, un sovrano energico e coraggioso, un re cavaliere, ma sopratutto un re appassionato di Dolomiti e di Cortina d’Ampezzo che scoprì nel 1907 eleggendola fino alla sua morte meta turistica del gotha internazionale. Puoi leggere di più qui: Alberto del Belgio, il re alpinista.

Parte di quanto scritto in questo articolo è stato preso dal sito http://www.angeloelli.it.

Qui di seguito lo scrittore e giornalista Ernesto Majoni,  grande esperto e studioso della storia dell’alpinismo, ci racconta della prima scalata di Angelo Dibona.

Angelo Dibona e il Castel de Foses

di Ernesto Majoni
fosesCredo che pochi conoscano il fatto che segnò l’ingresso di Dibona nel mondo della montagna. Lo raccontò con toni romanzati Severino Casara, che gli fu amico personale e compagno nell’ultima via nuova, tracciata nell’estate 1944 sulla Punta Michele con Walter Cavallini, Otto Menardi e Luis Trenker. In memoria di Angelo, uno dei più dotati arrampicatori europei del ventesimo secolo, oggi conosciuto quasi più all’estero che nella sua patria, propongo quindi il racconto della prima “ascensione”.

Da ragazzo Angelo Dibona, come tanti paesani, passava l’estate in montagna badando al bestiame. Era forse il 1891: con suo cugino Damiano, che sarebbe anch’egli divenuto guida alpina, faceva l’aiuto pastore al Cason de Foses, sull’alpe dove da secoli salgono le pecore al pascolo. Un giorno, in un momento di libertà, i due monelli si diressero verso la Croda Rossa, attratti dalla caverna che si vede in alto sul cocuzzolo a strapiombo sul Lago Gran, detto Caštel de Foses. La caverna veniva chiamata “el buš de ‘l oro”, e secondo i pastori conteneva un tesoro: nessuno però aveva mai osato controllare.

Angelo DibonaIncuriosito, Angelo volle vedere di persona se le dicerie erano vere, e così, lasciato Damiano sull’erba, si innalzò per un lungo tratto sulle rocce verticali, entrando nella caverna. Resosi subito conto che lassù non c’era oro, ma solo ghiaia, stillicidio d’acqua e guano di uccelli, volle scendere, ma si trovò subito in difficoltà.
Suo cugino, che stava seguendo la salita con un cannocchiale, gli gridò di provare a destra. Angelo traversò tremando su una sottile lista marcia, che offriva appigli soltanto alle mani, e dopo alcuni interminabili minuti riuscì a posare un piede su una cengetta erbosa e scendere pian piano alla base. Fu la sua prima scalata: aveva soltanto dodici anni.

Dopo aver lavorato per alcune stagioni come apprendista orefice Angelo Dibona, sentendo il richiamo dei monti lasciò il chiuso del laboratorio con l’intenzione di fare il portatore alpino. Richiamato nell’esercito austriaco, dovette allontanarsi da casa per tre anni. Al rientro, riuscì a farsi accogliere come portatore a Pratopiazza, e si spinse sulle crode ampezzane e su quelle di Sesto, sotto la guida del più anziano Giovanni Siorpaes “Jan de Santo”.

angelo dibonaNel 1907, dopo aver concluso brillantemente l’apposito corso a Villach, ottenne la licenza di guida e iniziò a compiere prime salite, superando subito difficoltà elevate e sempre da primo di cordata.
Negli anni seguenti, ogni volta che passava per Foses, avrà sicuramente lanciato uno sguardo a quel cocuzzolo privo d’interesse per gli scalatori che è il Caštel de Foses, dove aveva mosso i primi passi di un lungo e brillante avvenire, che lo consacrò dominatore del quinto grado su tutte le montagne d’Europa.

E se Cortina rinforzasse il suo ricordo, magari apponendo una targa proprio sulle rocce del Caštel?


Voglio ora concludere questo post riportando quanto scritto e vissuto dal noto scrittore, scultore e alpinista di vecchia data Mauro Corona. Le righe che seguono sono un ulteriore conferma del valore di Angelo Dibona, la mitica guida alpina ampezzana che ha lasciato un segno indelebile nella storia dell’alpinismo dolomitico.

Il Campanile Dibona

Qualche anno fa, nel 1996, insieme all’amico Luca Visentini, nel corso di un paio di stagioni esplorai l’intero gruppo montuoso del Cristallo. Luca, che nella sua lunga Carriera ha redatto una decina di volumi dedicati alle montagne, voleva scrivete una guida riguardante il Cristallo, così, quando avevo tempo e voglia, andavo a tenergli compagnia.
Dovevamo scalare ogni vetta dei gruppo rigorosamente per la via più facile, stendere una precisa relazione che andava poi inserita nel libro. L’amico si occupava pure delle fotografie, giacché con la Nikon è abile quanto con la penna.

Quando toccò al Campanile Dibona di essere scalato, mi accorsi che la via più facile, nonché l’unica esistente su quella specie di immenso fiasco rovesciato, era quella tracciata all’incirca novanta anni prima da Dibona. «Cosa vuoi che sia – dissi a Luca – è una via di quinto grado, d’accordo, ma tieni presente che è vecchia quasi un secolo, e a quei tempi gli alpinisti si abbandonavano romanticamente alla tentazione di alzare un po’ le difficoltà.» «Sarà…» rispose l’amico.
Una volta giunti sotto la parete mi legai in cordata con un ragazzo giovane e in gamba di nome Lothar, che desiderava scalare con me il Campanile Dibona.
Luca invece si appostò su una rupe per fotografarci mentre salivamo.

I primi cinquanta metri di arrampicata si sviluppano in due tiri di corda obliqui, il primo da destra a sinistra, il secondo viceversa. Alla fine mi trovai sotto la strapiombante fessura-camino di quinto grado. Partii senza il minimo problema, tanto si trattava solo di un quinto. Ma era un quinto di Angelo Dibona e me ne resi conto presto.
Se almeno avessi ricordato le parole di Gogna. Dopo trenta metri assai difficili guardai giù. Diavolo che salto! E nemmeno l’ombra di un chiodo dove agganciare un moschettone e far passare la corda affinché Lothar mi assicurasse. Finsi indifferenza ma, sotto sotto, iniziai a preoccuparmi.

Preso da una certa ansia, con movimenti guardinghi e parecchia titubanza, guadagnai altri dieci metri.
Era un’arrampicata delicatissima, un po’ dentro e un po’ fuori dalla fessura, ma sempre in strapiombo, su appigli e appoggi minimi. Ad un certo punto alzai la testa e, dieci metri più in alto, vidi il grosso chiodo ad anello piantato nel 1908 dalla guida ampezzana per far salire i suoi clienti.
Mi sembrò lontano un chilometro. Dovevo raggiungerlo.
Per salvare la faccia, o meglio, la fama, l’orgoglio mi spingeva a salire, ma la paura mi teneva fermo.
Iniziai a muovermi goffo, come se portassi una gerla con dentro un’incudine. Salii ancora per un paio di meni scarsi, poi, improvviso ma annunciato, arrivò il cedimento.

Mi prese il terrore di cadere e il mio corpo s’arrestò. Staccai dall’imbragarura un chiodo e lo puntai in una piccola crepa. Mentre pieno di vergogna martellavo il ferro di salvamento pensavo a Dibona, che era salito su di là da solo e slegato quasi cento anni prima.
Che lezione, ragazzi! Provai per quell’uomo un’ammirazione immensa e sentii di volergli bene. Agganciai al mio chiodo un moschettone, vi passai la corda e proseguii. Ma il morale era ormai sono i piedi. E non bastò. Più in alto le difficoltà aumentarono, tanto che dovetti piantare altri due chiodi. Fu il crollo totale. Lì per lì decisi che, una volta sceso, avrei buttato la corda alle ortiche e smesso di arrampicare.

Finalmente, dopo l’ennesimo contorcimento, raggiunsi il mitico chiodo di Dibona. Mentre riflettevo sulla mia vergognosa disfatta, lo fissai, lo toccai e pensai ancora al vecchio Angelo. Provai rispetto per quell’uomo come per un padre. Quando l’opera di un essere umano trascende la legge fisica, non può generare invidia ma solo ammirazione. L’invidia la provano i mediocri. Forse solo perchè non riflettono. Sulla vetta della guglia, mentre con la testa bassa stringevo la mano al giovane Lothar, mi tornarono in mente le parole di Sandro Gogna. «Sta’ all’occhio alle vie di Dibona!».
La lezione di quel giorno non mi ha fatto smettere di arrampicare, perché mi piace ancora.
Ma di sicuro il vecchio Angelo ha ridimensionato parecchio la mia presunzione.

Ringrazio l’amico Mauro Corona per avermi autorizzato a pubblicare quanto scritto sopra, preso integralmente dal suo libro:

Titolo: “Nel legno e nella pietra”
Autore: Mauro Corona
Editore: Mondadori
Collana: Oscar bestsellers
Anno edizione: 2005
Formato: Tascabile
Pagine: 272

Sito ufficiale di Mauro Corona: www.maurocorona.it

Questo bel libro lo puoi acquistare online su:
www.ibs.it
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