Carlo Gandini ricordava un’immagine molto diversa da quella che ci si potrebbe aspettare pensando a uno dei più grandi alpinisti della sua epoca. Da ragazzo, tornando da scuola, vedeva spesso sulle panchine di Cortina un vecchietto tranquillo, senza alcuna boria, che fumava la sua pipa. Furono gli amici a dirgli chi fosse: Angelo Dibona.
Solo più tardi, quando Gandini cominciò ad arrampicare e a ripetere le sue vie insieme a Lorenzo Lorenzi, fortissimo scalatore e guida alpina di Cortina, e a Lino Lacedelli, comprese davvero la statura di quell’uomo apparentemente così comune. Lacedelli, che nel 1954, insieme ad Achille Compagnoni, fu il primo a raggiungere la vetta del K2, lo ammoniva con poche parole:
«Le vie di Dibona meritano sempre rispetto».
Eppure, di quell’uomo schivo e modesto, Guido Mayer aveva dato un giudizio che non avrebbe potuto essere più impegnativo:
«Dibona è il miglior arrampicatore del mondo».
Tra queste due immagini — il vecchio con la pipa seduto su una panchina di Cortina e l’arrampicatore ammirato dai migliori alpinisti del suo tempo — si svolge una delle pagine più importanti della storia dell’alpinismo nelle Dolomiti.
Quando raggiungere la cima non bastò più
Angelo Dibona apparteneva alla generazione successiva a quella di Antonio Dimai. Quando iniziò ad arrampicare, tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, la stagione della conquista delle grandi cime alpine poteva considerarsi sostanzialmente conclusa. Le principali vette delle Dolomiti erano state raggiunte e molte delle loro vie normali erano ormai conosciute.
Ma l’alpinismo non si fermò. Cambiò obiettivo.
Come osserva Giovanni Cenacchi, citato da Carlo Gandini nel suo libro dedicato a Dibona, all’inizio del Novecento si affermò progressivamente una concezione nuova: non era più soltanto la cima a giustificare una salita. La parete, la linea scelta per attraversarla e le difficoltà incontrate lungo il percorso acquistavano un valore autonomo.
La via stessa diventava la meta.
Antonio Dimai aveva già rappresentato in modo straordinario il passaggio dalla conquista delle vette all’esplorazione delle grandi pareti. Con Angelo Dibona questa trasformazione raggiunse una nuova maturità. La ricerca di itinerari nuovi non era più soltanto un modo diverso per arrivare su una montagna già salita: diventava una delle ragioni stesse dell’arrampicare.
Dibona era nato a Cortina d’Ampezzo nel 1879. Nei suoi appunti autobiografici ricorda che da ragazzo si divertiva ad arrampicare sulle piccole rocce e che, quando faceva il pastore all’Alpe di Federa, guardava da lontano le cordate delle guide sulla Croda da Lago e sul Becco di Mezzodì.
Alla vita e alle principali imprese di Angelo Dibona ho dedicato anche un articolo più ampio, che ne ripercorre la lunga carriera di guida alpina e alpinista.
Il percorso per diventare guida, tuttavia, non fu immediato. Nel 1904 la sua prima richiesta venne respinta, probabilmente perché a Cortina vi erano già abbastanza guide. Lavorò quindi come portatore, poi come aspirante, e il 22 luglio 1907 ricevette finalmente il libretto che lo autorizzava a esercitare la professione.
Ma Dibona non si limitava a imparare gli itinerari necessari per accompagnare i clienti. Esplorava, provava, si preparava. Nei suoi appunti racconta che durante l’inverno saliva montagne come il Col Rosà, Punta Fiames, il Cestelis e il Pomagagnon «per imparare nuove vie».
Giovanni Cenacchi sottolinea anche un altro aspetto sorprendentemente moderno: Dibona si allenava su brevi pareti, arrampicando non per raggiungere una cima, ma per migliorare le proprie capacità.

Era il segnale di un cambiamento profondo. L’arrampicata moderna stava cominciando a prendere forma: una disciplina con un valore proprio, non più soltanto un mezzo per raggiungere una cima.
La grande stagione delle nuove vie
Un momento decisivo arrivò nel 1909, quando Dibona incontrò i fratelli viennesi Guido e Max Mayer. Con loro e con Luigi Rizzi, guida alpina di Campitello di Fassa e già protagonista di importanti salite nelle Dolomiti, nacque una delle cordate più importanti dell’alpinismo di quegli anni.
Da quel momento l’attività di Dibona assunse dimensioni straordinarie.

Tra le grandi pareti ancora inviolate c’era la parete nord della Cima Una, nelle Dolomiti di Sesto, che aveva già respinto numerosi tentativi. Anche la guida di Sesto Sepp Innerkofler aveva provato a salirla, riuscendo a superare oltre trecento metri prima di essere costretto a ritirarsi calandosi con la corda.
Una sera Innerkofler incontrò Dibona in valle e, intuendo che anche lui fosse lì per tentare la stessa parete, gli promise cento corone se fosse riuscito a recuperare un cordino che aveva lasciato sulla roccia. Il maltempo impedì però nuovi tentativi e per quell’anno la parete rimase inviolata.
L’anno seguente Dibona tornò in Val Fiscalina. Dopo una ricognizione, il 18 luglio 1910 partì alle quattro del mattino con Guido Mayer e Luigi Rizzi. Durante la salita raggiunse il cordino lasciato da Innerkofler e se lo mise in tasca. La cordata raggiunse la cima alle dieci di sera, sotto una pioggia torrenziale. Alle tre del mattino successivo era finalmente al rifugio Zsigmondy.
Dibona, con la sobrietà che caratterizza tutti i suoi appunti, si limitò a osservare che quella salita era allora «la più grande nelle Dolomiti».
Pochi giorni dopo fu la volta della parete sud-ovest del Croz dell’Altissimo. Un primo tentativo li convinse che la linea scelta non era quella giusta e tornarono indietro.
Ma Dibona annotò una frase che dice molto del suo carattere:
«Ciò che è rimandato non è rinunciato».
Il giorno seguente tornarono sulla parete e la superarono in dodici ore.
Non furono episodi isolati. Cima Una, Croz dell’Altissimo, Lalider, Ödstein, Meije, Ailefroide, Dôme des Neiges des Écrins: negli anni immediatamente precedenti la Prima guerra mondiale Dibona affrontò alcune delle grandi pareti ancora inviolate delle Alpi.
Molte di quelle vie conservarono per decenni difficoltà considerevoli. Armando Biancardi, scrivendo poco dopo la morte di Dibona, osservava come, a più di cinquant’anni dalla loro apertura, numerose sue salite fossero ancora classificate di quinto grado.
Non erano quindi imprese eccezionali soltanto in rapporto ai mezzi e alle conoscenze dei primi anni del Novecento. Continuavano a essere arrampicate serie anche per le generazioni successive.
Dalle Dolomiti alle Alpi d’Europa
A un certo punto dei suoi appunti Dibona scrive una frase apparentemente semplice:
«Poi abbandonai per la prima volta le montagne di casa mia».
In realtà fu l’inizio di qualcosa di nuovo anche per una guida di Cortina.
Le prime guide dolomitiche avevano costruito la propria reputazione soprattutto attraverso una conoscenza straordinaria delle montagne nelle quali vivevano e lavoravano. Dibona conservò naturalmente quel legame con le Dolomiti, ma il suo terreno d’azione divenne molto più vasto.
Arrampicò nelle Alpi austriache, nel Brenta e nelle Dolomiti di Gardena, poi a Zermatt, nel Delfinato, nel massiccio degli Écrins e nel gruppo del Monte Bianco. Fra le sue esperienze fuori dalle Dolomiti, una delle più straordinarie fu la lunga campagna alpinistica del 1913, trascorsa insieme a Guido Mayer fra le grandi montagne delle Alpi occidentali.
Il 27 giugno Dibona raggiunse per primo il Pain de Sucre delle Aiguilles du Soreiller, nel massiccio degli Écrins. Quella guglia di granito, slanciata e quasi perfetta, avrebbe preso in seguito il nome di Aiguille Dibona. Pochi giorni dopo, il 1° luglio, salì l’Ailefroide per la cresta nord e il 14 luglio affrontò il Dôme de Neige des Écrins per la parete nord-ovest, superando circa 1100 metri di parete.
La stagione continuò poi nel gruppo del Monte Bianco. Dibona e Mayer tentarono le Grandes Jorasses, ma neve e vetrato li costrinsero a ritirarsi quando mancavano circa 250 metri alla vetta. Il 18 agosto aprirono una nuova via lungo la cresta sud-est dell’Aiguille du Plan, il 22 salirono la Dent du Requin e il 26 agosto realizzarono una nuova salita sulle Petites Jorasses.
Era un terreno profondamente diverso dalle pareti dolomitiche sulle quali Dibona si era formato. Alle difficoltà dell’arrampicata si aggiungevano grandi ghiacciai, neve, ghiaccio, alta quota e lunghi avvicinamenti. Eppure anche in quell’ambiente Dibona dimostrò una capacità di adattamento eccezionale. Alla fine di quella stagione Guido Mayer espresse su di lui un giudizio ancora più significativo se si considera che arrivava dopo oltre due mesi trascorsi insieme sulle Alpi occidentali: per le prestazioni che aveva dimostrato, lo riteneva superiore alle guide delle Alpi orientali e occidentali.
Quella campagna permette di comprendere meglio la dimensione della figura di Dibona. Non era soltanto uno straordinario specialista delle pareti dolomitiche. La tecnica e l’esperienza maturate sulla roccia di casa gli permettevano di affrontare con successo anche montagne molto più grandi e ambienti completamente diversi.
Negli anni successivi i suoi orizzonti continuarono ad allargarsi. Nel 1924 arrivò persino in Gran Bretagna, dove arrampicò sulle brevi ma difficili pareti del Lake District. Giovanni Cenacchi ha individuato proprio in questa capacità di muoversi attraverso l’intero arco alpino uno degli aspetti più moderni della figura di Dibona. Per una guida dell’epoca era qualcosa di eccezionale.
Non era più soltanto una grande guida ampezzana conosciuta dai clienti che frequentavano Cortina: era diventato uno dei protagonisti dell’alpinismo europeo.
Eppure continuava a essere, prima di tutto, una guida alpina.
Arrampicare difficile, ma senza cercare scorciatoie
Per comprendere davvero Angelo Dibona non basta conoscere il numero delle sue prime ascensioni o il grado delle difficoltà che riuscì a superare. È forse ancora più interessante capire come concepiva l’arrampicata.
Negli appunti scritti nel 1930, ormai abbastanza lontano dalla grande stagione precedente alla guerra, Dibona osservava con attenzione ciò che stava accadendo nell’alpinismo moderno. Secondo lui, dalla fine della guerra il limite dell’arrampicata libera si era spostato relativamente poco. A essere cambiati erano soprattutto i mezzi impiegati per superare le pareti.
«Mezzi artificiali, chiodi, pendoli vengono troppo usati oggi, si arrischia troppo e si fida troppo nella fortuna».
Non era però una posizione assoluta. Dibona era una guida e sapeva bene che la responsabilità verso chi accompagnava veniva prima di qualsiasi principio teorico. Nella sua lunga attività, scrisse, la regola fondamentale era stata quella di «garantire in pieno l’incolumità del mio cliente».
Il chiodo poteva quindi servire quando la sicurezza lo richiedeva. Quello che Dibona rifiutava era l’idea di trasformarlo in un mezzo di progressione per superare una difficoltà che l’arrampicatore non era in grado di affrontare con le proprie capacità.
È una distinzione importante. Dibona non rifiutava la protezione: rifiutava che il mezzo artificiale sostituisse la capacità dell’arrampicatore.
Questa concezione aiuta anche a capire perché le sue vie abbiano continuato a impressionare alpinisti appartenenti a generazioni molto successive.
Un quinto grado che merita rispetto
Nel 1996 Mauro Corona salì il Campanile Dibona, nel gruppo del Cristallo, convinto inizialmente di trovarsi davanti a un vecchio itinerario di quinto grado, aperto quasi novant’anni prima. Ben presto si rese conto di quanto fosse ingannevole quel ragionamento.
Su un lungo tratto strapiombante, privo di protezioni, Corona si trovò molti metri sopra il compagno senza poter assicurare la propria progressione. Molto più in alto riusciva a vedere il grosso chiodo ad anello lasciato da Dibona. Per raggiungerlo fu costretto a piantare alcuni chiodi.
Gli tornarono allora in mente le parole con cui Alessandro Gogna lo aveva messo in guardia:
«Sta’ all’occhio alle vie di Dibona!».
Una volta in vetta, Corona avrebbe scritto che il vecchio Angelo aveva ridimensionato parecchio la sua presunzione. Non è difficile capire perché Lino Lacedelli dicesse che le vie di Dibona meritavano sempre rispetto.
È una sensazione che conosco anch’io. Nel corso degli anni ho ripetuto diverse vie di Angelo Dibona e, al di là del grado indicato nelle guide, mi ha sempre colpito l’impegno che queste salite richiedono rispetto ad altre vie valutate con la stessa difficoltà.
La Torre Leo, appoggiata alla Torre del Diavolo nei Cadini di Misurina, ne è un esempio. Lo stesso vale per lo spigolo Dibona sulla Cima Grande di Lavaredo, per la via sulla Torre Grande di Falzarego e per quella sulla Torre Grande delle Cinque Torri.
Un discorso particolare merita la lunga via Dibona sulla parete ovest del Sass Pordoi. Qui alla capacità tecnica devono aggiungersi un’ottima capacità di orientamento e quell’intuito che permette di leggere la parete e trovare la linea giusta.
Sono salite molto diverse tra loro, ma hanno qualcosa in comune: il grado scritto sulla guida racconta soltanto una parte della storia.
Lo spigolo Dibona sulla Cima Grande è legato anche a una pagina dolorosa dell’alpinismo ampezzano. Nel 1968 vi perse la vita Ivano Dibona, nipote di Angelo e guida alpina di Cortina. La sua storia merita un racconto a parte.
La guida e l’alpinista
Proprio qui emerge forse uno degli aspetti più interessanti della figura di Dibona.
Era contemporaneamente uno degli arrampicatori più forti della propria epoca e un professionista responsabile della vita delle persone che si affidavano a lui. Le due cose non sempre potevano coincidere.

Dibona distingueva chiaramente ciò che un grande alpinista poteva permettersi da ciò che una guida aveva il diritto di chiedere al proprio cliente.
Guardando alle nuove arrampicate degli anni Venti, osservava che alcune comportavano rischi che lui non avrebbe accettato durante un’ascensione professionale.
La sua riflessione si concludeva con un pensiero che va molto oltre la tecnica:
«Un vero arrampicatore deve sapere dove finisce il godimento di una salita e dove incomincia un insano eccitamento nervoso».
È difficile trovare una frase che rappresenti meglio il suo modo di intendere la montagna.
Dibona non fu moderno perché cercò semplicemente difficoltà sempre maggiori. Fu moderno perché comprese che la difficoltà poteva diventare uno degli scopi dell’arrampicata, pur continuando a interrogarsi sul limite oltre il quale quella ricerca perdeva il proprio significato.
Una carriera che attraversò mezzo secolo
La Prima guerra mondiale interruppe bruscamente la grande stagione iniziata con i fratelli Mayer. Come gli altri uomini di Cortina, allora cittadini dell’Impero austro-ungarico, Dibona fu chiamato alle armi. La sua esperienza alpinistica venne utilizzata sul fronte, dove costruì scale, trincee e vie attrezzate e posò collegamenti telefonici su terreni difficilissimi.
Nei suoi appunti descrive il ritorno alla normalità con la consueta semplicità:
«L’alpinismo ricominciò adagio dopo la guerra».

E per lui ricominciò davvero. Continuò a guidare, ad arrampicare e persino ad aprire vie nuove quando molti uomini della sua generazione avevano ormai smesso da tempo.
Nel 1944, a sessantacinque anni, aprì ancora una nuova via sulla Punta Michele, nel gruppo del Cristallo. Verso i settant’anni era ancora capocordata sullo spigolo di Punta Fiames. La sua ultima stagione come guida fu quella del 1951.
C’è poi una piccola coincidenza che racconta bene quanto lunga sia stata la sua presenza nella storia dell’alpinismo ampezzano.
Il 1º luglio 1939, mentre dieci giovani di Cortina fondavano il Gruppo Scoiattoli, Angelo Dibona era sulla Croda da Lago ad accompagnare due clienti.
Il mondo dell’alpinismo stava cambiando ancora una volta. Una nuova generazione stava arrivando.
Dibona, semplicemente, continuava a fare la guida.
Le vie di Dibona meritano sempre rispetto
Angelo Dibona morì a Cortina il 21 aprile 1956.
Carlo Gandini, che da ragazzo aveva visto quel vecchio tranquillo fumare la pipa sulle panchine del paese senza rendersi conto di chi avesse davanti, avrebbe compreso molti anni più tardi la dimensione della sua figura proprio arrampicando sulle sue vie.
Quelle linee erano state aperte da un uomo con attrezzature incomparabilmente più semplici di quelle moderne, spesso su pareti allora completamente sconosciute. Eppure continuavano a essere logiche, eleganti e impegnative.
È probabilmente questo il modo migliore per comprendere l’eredità di Angelo Dibona.
Non attraverso il numero delle prime ascensioni, né attraverso una graduatoria impossibile tra gli alpinisti di epoche diverse, ma osservando ciò che rimane sulle montagne.

Con Dibona l’alpinismo dolomitico era entrato definitivamente in una nuova epoca. La cima non era più sufficiente: contavano la parete, la linea, lo stile e la difficoltà.
L’arrampicata aveva cominciato ad avere un valore in se stessa.
E più di un secolo dopo, per chi percorre una delle sue vie, quelle poche parole di Lino Lacedelli conservano ancora tutto il loro significato:
«Le vie di Dibona meritano sempre rispetto».
Bibliografia
- Carlo Gandini, Da Cortina d’Ampezzo alle Alpi – Angelo Dibona alpinista e guida, Edizioni ULd’A – Union de i Ladis de Ampezo, 2006.
- Armando Biancardi, articolo pubblicato su Scandere, 1957–1958.
- Mauro Corona, Nel legno e nella pietra, Mondadori, collana Oscar Bestsellers, 2005.
Crediti fotografici
Le fotografie storiche di Angelo Dibona pubblicate in questo articolo provengono dall’archivio fotografico di Franco Gaspari, guida alpina di Cortina. Le stesse immagini sono conservate anche nell’archivio del Gruppo Guide Alpine Cortina d’Ampezzo.
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Una nuova generazione di alpinisti
Negli anni Venti e Trenta l’arrampicata nelle Dolomiti cambiò ancora. Le difficoltà aumentarono, le grandi pareti che sembravano impossibili vennero affrontate con tecniche nuove e, a Cortina, accanto alle guide alpine crebbe una nuova generazione di giovani che arrampicava soprattutto per passione.
Quel cambiamento avrebbe portato, nel 1939, alla nascita degli Scoiattoli di Cortina.
