Quando Angelo Dibona iniziò la sua attività di guida, nei primi anni del Novecento, molte delle grandi cime delle Dolomiti erano già state raggiunte. La sfida non consisteva più soltanto nell’arrivare in vetta, ma nel trovare nuove linee, affrontare pareti più difficili e misurarsi con problemi che fino a pochi anni prima sarebbero sembrati impensabili. Dibona fu uno dei grandi protagonisti di questa trasformazione, ma negli anni successivi alla Prima guerra mondiale una nuova generazione di alpinisti di Cortina avrebbe accelerato ancora quel cambiamento.
Le pareti divennero sempre più ripide, le difficoltà aumentarono e cambiarono anche le tecniche utilizzate per superarle. Gli arrampicatori cominciavano a spostare il limite molto più avanti. A Cortina, questo passaggio sarebbe avvenuto ancora una volta attraverso alcune delle famiglie che avevano fatto la storia delle guide alpine ampezzane. Ma non sarebbe durato a lungo: nel giro di poco più di un decennio, infatti, qualcosa sarebbe cambiato anche nel modo stesso di diventare alpinisti.
Quando il sesto grado diventò realtà
Il 7 agosto 1925 Emil Solleder e Gustav Lettenbauer superarono la grande parete nord-ovest della Civetta. Quella salita sarebbe diventata uno dei simboli dell’alpinismo degli anni Venti e il riferimento più importante per ciò che allora rappresentava il limite estremo dell’arrampicata: il sesto grado.
Non era naturalmente comparso dal nulla. Già prima erano state superate difficoltà eccezionali e alcune vie, rilette successivamente, sarebbero state valutate allo stesso livello. Ma con la Solleder-Lettenbauer il sesto grado acquistò un significato nuovo. Non indicava più soltanto qualche passaggio isolato e difficilissimo: poteva caratterizzare una grande ascensione, sostenuta su centinaia di metri di parete. Era cambiata la scala delle difficoltà, ma soprattutto stava cambiando la mentalità degli alpinisti. La parete non era più semplicemente l’ostacolo che separava dalla cima: era diventata il problema da risolvere.
Nelle Dolomiti cominciò così una corsa verso pareti sempre più verticali e apparentemente impossibili. Anche gli arrampicatori italiani entrarono presto in questa nuova stagione. Nel 1929 Emilio Comici e Giordano Bruno Fabjan superarono la parete nord-ovest della Sorella di Mezzo, nel gruppo del Sorapìs, aprendo quella che viene generalmente considerata la prima via italiana di sesto grado. Di quella salita e del rapporto fra Comici e Fabjan ho già raccontato nell’articolo dedicato all’epoca dell’alpinismo eroico. Qui interessa soprattutto ciò che stava accadendo contemporaneamente a Cortina, perché anche fra le guide ampezzane era cresciuta una nuova generazione.
Angelo e Giuseppe Dimai
Angelo e Giuseppe Dimai erano figli di Antonio Dimai, una delle grandi guide cortinesi dell’epoca precedente. Il mestiere sembrava quasi scritto nel loro destino: Angelo, nato nel 1900, diventò guida nel 1922; Giuseppe, nato tre anni più tardi, ottenne il brevetto nel 1925 e fu anche maestro di sci.

Erano quindi ancora pienamente inseriti nel mondo tradizionale delle guide alpine: accompagnare clienti in montagna era una professione e, per Angelo in particolare, un’attività intensissima. Secondo Carlo Gandini e Franco Gaspari, in una sola stagione arrivò a compiere almeno 110 salite, circa novanta delle quali con clienti. Ma quando i due fratelli cominciarono ad aprire vie nuove, l’alpinismo non era più quello del padre.
Nel 1927, insieme ad Arturo Gaspari, salirono una nuova via sulla Torre Grande delle Cinque Torri: la via Miriam. Le Cinque Torri erano già da tempo uno dei terreni più naturali per l’arrampicata cortinese. Pareti relativamente brevi, facilmente raggiungibili e con una straordinaria varietà di fessure, camini e placche ne facevano un luogo ideale per provare nuove tecniche e misurarsi con difficoltà sempre maggiori.
Nel 1932 Angelo e Giuseppe tornarono sulla Torre Grande e, con Celso Degasper, aprirono la Fessura Dimai. L’anno seguente l’attività di Giuseppe fu particolarmente intensa. Oltre alla salita che avrebbe legato definitivamente il suo nome alla storia dell’alpinismo, aprì con Ignazio Dibona e Celso Degasper la Via Centrale a Punta Fiames; con Angelo una nuova via sulla parete nord della Torre Grande; ancora sulla Torre Grande una via diretta insieme a Degasper, Angelo Verzi e Giuseppe Ghedina; e una nuova salita a Punta Giovannina, nelle Tofane, con Degasper. Angelo, da parte sua, aveva aperto nel 1931 una nuova via sulla Croda Marcora con Angelo Verzi.
I due fratelli rappresentavano quindi qualcosa di particolare. Erano figli della grande tradizione delle guide di Cortina, avevano imparato un mestiere che in famiglia si tramandava ormai da generazioni, ma arrampicavano sulle pareti della nuova epoca. E nessuna parete incarnava quella nuova epoca meglio della Nord della Cima Grande di Lavaredo.
La parete impossibile
La parete nord della Cima Grande aveva qualcosa di diverso dalle grandi pareti conquistate fino ad allora. Vista dalla base, sembrava respingere ogni possibilità di salita: una muraglia alta centinaia di metri, verticale e in alcuni punti strapiombante, attraversata da fasce di roccia gialla che apparivano quasi prive di appigli. Per anni fu considerata uno dei grandi problemi irrisolti delle Dolomiti.
Giuseppe Dimai cominciò a interessarsene già nel 1930. Al rifugio Principe Umberto, l’attuale rifugio Auronzo, venne a sapere dei tentativi compiuti da Hans Steger con Paula Wiesinger. I due avevano attaccato più volte la parete, riuscendo però a guadagnare soltanto poche decine di metri. Anche altri fortissimi alpinisti la osservarono e la tentarono.
Giuseppe e il fratello Angelo iniziarono a studiarla con attenzione. All’inizio anche loro dubitavano che fosse possibile superarla, poi lentamente quella convinzione cambiò. Nel racconto che Giuseppe pubblicò nel gennaio 1934 sulla Rivista Mensile del Club Alpino Italiano, e che Carlo Gandini e Franco Gaspari hanno ripreso nel loro libro Antonio Dimai Deo – Una famiglia di guide alpine, descrisse molto bene ciò che gli stava accadendo: la parete era diventata per lui, più che un progetto, «una fissazione». Durante l’inverno pensava alla Nord e immaginava di riuscire là dove gli altri avevano dovuto rinunciare.
Nel frattempo anche Emilio Comici aveva provato. Nell’agosto del 1932, insieme a Renato Zanutti, era riuscito a superare il punto raggiunto da Steger e Wiesinger, avanzando ancora per alcune decine di metri. Prima di ritirarsi aveva lasciato sulla parete un fazzoletto bianco, ben visibile dal basso. La montagna continuava però a resistere.
Giuseppe Dimai prova la Nord
Il 20 luglio 1933 Giuseppe tornò sotto la parete con la guida Ignazio Dibona e il fotografo Giuseppe Ghedina. Questa volta non voleva soltanto guardare. Portavano con sé due corde da quaranta metri, un martello, quindici chiodi e dieci moschettoni: pochissimo rispetto a ciò che sarebbe servito poche settimane più tardi.
Giuseppe raggiunse il limite dei tentativi precedenti, superò il punto lasciato da Comici e Zanutti e proseguì sulla roccia gialla e strapiombante. Davanti a lui trovò un diedro fessurato, anch’esso strapiombante, e ne percorse una parte prima di decidere di scendere. Aveva però ottenuto ciò che cercava: le difficoltà erano eccezionali, ma la parete non gli sembrava più impossibile. Tornò a Cortina convinto che quello che definiva «il più grande problema delle Dolomiti» fosse ormai vicino alla soluzione.
Nei giorni successivi continuò ad allenarsi sulle pareti intorno a Cortina, spesso insieme a Ignazio Dibona e ad altre guide. Poi preparò un nuovo tentativo.
Questa volta non sarebbe stata una ricognizione.
Duecento metri di corda e novanta chiodi
La mattina dell’11 agosto Giuseppe lasciò Cortina alle cinque e mezza. Con lui c’erano ancora Ignazio Dibona e Giuseppe Ghedina. Il materiale dà immediatamente la misura di quanto fosse cambiato l’alpinismo rispetto all’epoca di Angelo Dibona: circa duecento metri di corda, un altro cordino lungo centocinquanta metri, staffe, novanta chiodi di forme e dimensioni differenti, quaranta moschettoni e il necessario per un eventuale bivacco.
Non si trattava più soltanto di trovare appigli e fessure che permettessero il passaggio. Per affrontare pareti di quel genere si utilizzavano corde fisse, chiodi, staffe e manovre che consentivano di avanzare anche dove la sola arrampicata libera non bastava. Il contrasto con la generazione precedente è evidente: Angelo Dibona aveva sempre guardato con diffidenza all’idea di trasformare il chiodo in uno strumento per superare una difficoltà che l’arrampicatore non riusciva ad affrontare con le proprie capacità. Negli anni Trenta quella frontiera si era spostata.
Non significava che l’arrampicata libera avesse perso importanza. Al contrario: Comici, Giuseppe Dimai e gli altri protagonisti di quegli anni erano arrampicatori liberi di livello eccezionale. Ma davanti alle pareti che stavano cercando di superare erano disposti a utilizzare anche altri mezzi.
Giuseppe salì nuovamente fino al punto raggiunto da Comici l’anno precedente e continuò. La roccia era strapiombante e friabile. Alcuni chiodi gli sembravano tanto precari che, scrisse, in caso di caduta probabilmente non avrebbero retto il suo peso. Il maltempo pose fine al tentativo nel pomeriggio, ma prima di scendere lasciarono sulla parete gran parte del materiale e alcune corde fisse.
L’incontro con Comici
Quella sera, al rifugio, Giuseppe incontrò Emilio Comici. Comici conosceva naturalmente i tentativi in corso e offrì il proprio aiuto. Giuseppe accettò volentieri.
È un passaggio importante perché la storia della Nord della Cima Grande viene spesso riassunta in poche parole: Comici, con Angelo e Giuseppe Dimai, aprì la parete nord nel 1933. È vero, ma raccontata così si perde quasi tutto ciò che era accaduto prima. Il racconto di Giuseppe mostra invece una vicenda molto più complessa: i fratelli Dimai studiavano la parete da tempo, Giuseppe l’aveva già tentata in luglio e l’11 agosto aveva iniziato l’attacco decisivo con altri uomini dell’ambiente alpinistico cortinese. Comici entrò quindi in una storia già cominciata e da quel momento ne diventò uno dei protagonisti fondamentali.
Nei giorni seguenti diversi uomini contribuirono ai tentativi sulla parte inferiore della parete. Le difficoltà erano enormi e il maltempo continuava a ostacolarli. Giuseppe attribuì particolare importanza proprio al lavoro compiuto l’11 agosto. Nella sua relazione osservò che quella giornata non era stata ricordata nel successivo resoconto di Comici e sostenne che allora erano stati superati alcuni dei passaggi più difficili e pericolosi dell’intera parete.
Non abbiamo bisogno di stabilire chi dei due avesse maggior diritto alla gloria dell’impresa. Molto più interessante è ascoltare entrambe le voci.
Tre uomini sulla Nord
Alla fine rimasero in tre: Giuseppe Dimai, Angelo Dimai ed Emilio Comici. Il 13 agosto tornarono sulla parete. Le corde lasciate nei giorni precedenti permisero loro di raggiungere rapidamente il punto più alto già conquistato e da lì ricominciò la lotta con la parte ancora sconosciuta della Nord.
Comici superò alcuni tratti in arrampicata libera, ma più in alto si trovò davanti a una zona di roccia compatta sulla quale era difficilissimo persino piantare un chiodo. Tentò più volte e un braccio cominciò a fargli male.
A quel punto passò davanti Giuseppe. Il passaggio era estremamente delicato: Comici lo assicurava da un chiodo, Angelo si trovava più in basso. Giuseppe riuscì a traversare e raggiunse finalmente una zona che permetteva di proseguire. Continuò attraverso fessure, strapiombi e diedri finché accadde qualcosa che aspettava da anni.
La grande muraglia strapiombante era alle sue spalle.
Scrisse che in quel momento sentì che la parete era vinta. Non si era mai sentito tanto commosso durante una salita: aveva un nodo alla gola e gli veniva da piangere. Alle sette e mezza di sera i tre furono costretti a bivaccare su una piccola cengia, legati ai chiodi e stretti l’uno contro l’altro. Passarono la notte quasi senza dormire.
All’alba del 14 agosto ripartirono. Giuseppe tornò davanti e guidò la cordata attraverso un altro centinaio di metri di fessure e camini; più in alto le difficoltà diminuirono. Alle 9.15 raggiunsero la cima.
La Nord della Cima Grande era stata salita.

Non era soltanto una parete
La conquista della Nord ebbe un’enorme risonanza. Non era semplicemente un’altra nuova via nelle Dolomiti: dimostrava che anche quelle muraglie apparentemente prive di una linea naturale potevano essere affrontate. Il limite si era spostato ancora.
Ma per la storia dell’alpinismo di Cortina quell’impresa racconta anche qualcos’altro. Sulla Nord troviamo ancora il mondo delle guide ampezzane: Angelo e Giuseppe Dimai, Ignazio Dibona, Angelo Verzi e altri uomini cresciuti dentro una tradizione professionale che risaliva all’Ottocento. Allo stesso tempo, però, tutto è cambiato. Sono cambiate le difficoltà, i materiali, le tecniche e persino il modo di immaginare una via possibile su una parete.
I fratelli Dimai erano figli di Antonio, ma appartenevano ormai a un’altra epoca. E quella generazione sarebbe stata l’ultima a conservare in modo così naturale il legame fra la grande esplorazione alpinistica e il mestiere della guida.
Perché a Cortina stava per accadere qualcosa di nuovo.
Ragazzi alle Cinque Torri
Alla fine degli anni Trenta una nuova generazione di giovani ampezzani cominciò a frequentare con assiduità le pareti intorno a Cortina. Non erano guide, non avevano clienti da accompagnare e, almeno all’inizio, non pensavano all’arrampicata come a una professione. Arrampicavano perché gli piaceva farlo.
Molti anni dopo, ricordando quel periodo, Albino Alverà lo avrebbe detto con una semplicità difficile da migliorare:
«Noi Scoiattoli all’inizio avevamo solo una gran passione per la roccia.»
Nel 1939 Albino aveva sedici anni e aiutava il padre contadino. Il mondo delle guide che aveva prodotto Angelo Dibona e i fratelli Dimai era ancora presente, ma secondo il ricordo dello stesso Alverà attraversava un momento di evidente declino. La generazione precedente aveva ormai dato il meglio di sé e il ricambio fra i giovani non era avvenuto con la stessa forza. Le guide, impegnate soprattutto nell’attività con i clienti, non avevano più lo stesso ruolo nella formazione dei giovani arrampicatori ampezzani.
Quei ragazzi cominciarono allora a imparare insieme. Le Cinque Torri furono una delle loro scuole: si osservavano, provavano i passaggi, si scambiavano informazioni e imparavano le tecniche di arrampicata e di assicurazione. Il gruppo che stava nascendo funzionava, in un certo senso, come una piccola scuola gratuita di roccia.
I rapporti con le guide non furono sempre facili. Alcune guardavano quei giovani con diffidenza: vederli arrampicare sulle vie difficili davanti ai propri clienti poteva creare imbarazzo e dietro quella diffidenza c’era anche, inevitabilmente, la preoccupazione per il mestiere. Ma sarebbe sbagliato immaginare una semplice contrapposizione fra vecchi e giovani. Alcune guide li aiutarono. Albino Alverà ricordava in particolare Angelo Verzi, Ignazio Dibona e Piero Apollonio, oltre ai consigli ricevuti dai Dimai. Indicavano le vie, spiegavano i passaggi, trasmettevano parte di quell’esperienza che proveniva direttamente dalla grande tradizione alpinistica cortinese.
Il filo, quindi, non si spezzò. Semplicemente cominciò a passare attraverso strade diverse.
1° luglio 1939
Il 1° luglio 1939, dieci giovani ampezzani fondarono un gruppo. Lo chiamarono Società Rocciatori e Sciatori gli Scoiattoli. Nessuno poteva sapere allora quale posto quel nome avrebbe occupato nella storia dell’alpinismo.
Avevano pochissimo materiale, pochi soldi e attrezzature che oggi sembrerebbero incredibilmente primitive. Le corde erano di canapa; le scarpe venivano talvolta adattate artigianalmente; chiodi e moschettoni erano pochi e preziosi. Ma avevano le pareti e soprattutto avevano gli altri. L’amicizia, avrebbe ricordato Luigi Ghedina, «veniva prima di tutto».
Forse è proprio qui che si compie il passaggio iniziato molti anni prima. Le prime guide di Cortina avevano imparato il mestiere accompagnando gli esploratori sulle montagne ancora sconosciute. Antonio Dimai e Angelo Dibona avevano trasformato quel mestiere in grande alpinismo. Angelo e Giuseppe Dimai avevano portato quella tradizione sulle pareti estreme degli anni Trenta. Adesso dieci ragazzi cominciavano ad arrampicare insieme semplicemente perché amavano farlo.

La montagna non era più soltanto un mestiere. Era diventata una passione condivisa.
Pochi mesi dopo, l’Europa sarebbe precipitata nella guerra e anche la storia di quei ragazzi avrebbe subito una brusca interruzione. Ma era ormai nata una nuova generazione, e l’alpinismo di Cortina non sarebbe più stato lo stesso.

Una nuova generazione
Qualcosa era ormai cambiato nell’alpinismo ampezzano. Le guide continuavano a essere protagoniste delle grandi salite, ma accanto a loro era cresciuta una generazione di giovani che arrampicava prima di tutto per passione.
Dalle grandi pareti degli anni Trenta alle Cinque Torri, dove quei ragazzi imparavano, provavano e si confrontavano, il passaggio era ormai compiuto. Il 1° luglio 1939 quella passione prese anche un nome: Scoiattoli di Cortina.
La guerra avrebbe interrotto quasi subito quella storia. Ma non l’avrebbe fermata.
Dopo la guerra, quegli stessi ragazzi sarebbero tornati sulle pareti delle Dolomiti. E da lì sarebbe cominciato un altro capitolo dell’alpinismo a Cortina.
Bibliografia
- Carlo Gandini, Franco Gaspari, Antonio Dimai Deo – Una famiglia di guide alpine.
- Giuseppe Dimai, La “Nord” della Grande di Lavaredo, in Rivista Mensile del Club Alpino Italiano, gennaio 1934, n. 1.
- Giovanni Cenacchi, Gli Scoiattoli di Cortina – Storia e memoria di 50 anni d’alpinismo ampezzano.
- Livio Fabjan, Compagni di cordata legati per la vita: Emilio Comici e Giordano Bruno Fabjan, in Alpinismo Triestino, anno 37, n. 194, aprile–maggio–giugno 2025.
Crediti fotografici
Le fotografie storiche di Angelo e Giuseppe Dimai e di Giuseppe Dimai, Emilio Comici e Angelo Dimai al ritorno dalla salita della Cima Grande sono riprodotte dal volume Antonio Dimai Deo – Una famiglia di guide alpine di Carlo Gandini e Franco Gaspari.
Le immagini relative agli Scoiattoli di Cortina, compresa la composizione con i dieci fondatori del 1939 e la fotografia di Carlo Alverà sulla via Franceschi alle Cinque Torri, provengono dall’Archivio Scoiattoli di Cortina.
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Gli Scoiattoli e la grande stagione del dopoguerra
La guerra interruppe bruscamente quella prima stagione, ma non la passione per l’arrampicata. Nel dopoguerra gli Scoiattoli tornarono sulle pareti delle Dolomiti e furono protagonisti di nuove vie e grandi salite, in un periodo destinato a segnare profondamente la storia dell’alpinismo ampezzano.
Quella storia, cominciata sulle rocce intorno a Cortina, avrebbe portato alcuni di loro fino al K2.
