Gli Scoiattoli e la grande stagione del dopoguerra

La guerra interruppe bruscamente la prima stagione degli Scoiattoli, nati a Cortina soltanto nel 1939, ma non la passione per l’arrampicata. Quell’esperienza avrebbe avuto un ruolo importante nella ripresa dell’alpinismo a Cortina nel dopoguerra.

Molti di loro erano poco più che ragazzi quando furono chiamati alle armi. Le pareti di casa passarono inevitabilmente in secondo piano, ma proprio gli anni del conflitto portarono alcuni di loro lontano dalle Dolomiti e offrirono, paradossalmente, occasioni per conoscere montagne e terreni nuovi.

Diversi Scoiattoli furono inviati nelle scuole militari alpine e si trovarono a muoversi sulle Alpi occidentali, dove l’ambiente era molto diverso da quello di Cortina. Alle pareti di roccia si aggiungevano grandi ghiacciai, neve, ghiaccio e terreno misto. Nel 1943 alcuni di loro realizzarono salite importanti fuori dalle Dolomiti: Romano Apollonio sul Gran Zebrù, Luigi Ghedina con Ettore Castiglioni nel gruppo del Gran Paradiso, Carlo Alverà sul Dent d’Hérens, Silvio Alverà, Giuseppe Ghedina e Siro Dandrea sulle Grandes Murailles. Erano esperienze che avrebbero avuto un peso nella loro formazione.

A Cortina, intanto, la guerra cominciava a farsi sentire sempre più direttamente. Dopo l’8 settembre 1943 il confine del Reich fu spostato fino a Dogana Vecchia, fra Cortina e San Vito, e alcuni giovani ampezzani furono costretti a indossare l’uniforme tedesca. Qualcuno riuscì a fuggire, altri ripararono in Svizzera. Albino Alverà “Boni”, partito da una scuola militare di Limone Piemonte, impiegò dodici giorni per tornare a Cortina; altri Scoiattoli riuscirono a passare da Cervinia a Zermatt, dove furono internati.

Eppure, anche in quegli anni, l’arrampicata non si fermò completamente. Fra un richiamo alle armi e l’altro, quando si presentava un’occasione, qualcuno tornava sulle pareti. È in questo contesto quasi irreale che nacque una delle vie destinate a diventare simbolo dell’alpinismo dolomitico.

Il Pilastro

Il Pilastro Sud della Tofana di Rozes si alza come una grande struttura indipendente appoggiata alla montagna. Una parete di circa seicento metri, grigia e compatta nella parte inferiore, gialla e molto più strapiombante nel centro, attraversata da una linea di fessure che sembrava indicare una possibilità di salita, ma che era già stata respinta da diversi tentativi.

Fra coloro che continuavano a pensarci c’era Ettore Costantini “Vecio”, uno dei fondatori degli Scoiattoli. Nel 1943 aveva già effettuato un primo tentativo con Igi Menardi sui primi sessanta metri della parete. Tornò poi con Ugo Samaja “Suplein” e Armando Apollonio, risalendo il canale a destra del Pilastro per studiare la possibilità di affrontarne la parte superiore. Un violentissimo temporale li costrinse però a tornare indietro.

Durante la guerra era difficile persino trovare un compagno disponibile: molti amici erano sotto le armi e Costantini, esentato dal servizio per le conseguenze di un incidente avuto da bambino, rimaneva uno dei pochi a poter continuare ad arrampicare con una certa regolarità.

Nel luglio del 1944 tornò a Cortina in licenza Romano Apollonio “Nano”. Costantini riuscì a convincerlo a tentare il Pilastro e il 13 luglio i due partirono all’alba con zaini pesanti e il materiale dell’epoca: corde di canapa, chiodi, moschettoni e staffe. Non potevano sapere che li aspettavano due giorni destinati a entrare nella storia dell’arrampicata dolomitica.

La prima parte della parete offriva una roccia abbastanza solida e un’arrampicata elegante. Superata la prima cengia cominciava però il settore decisivo, quello compreso fra le due cenge, dove due tetti sbarravano la progressione. Costantini guidò l’intera salita. Sotto il primo tetto avanzò lentamente, cercando nella roccia punti nei quali i chiodi potessero offrire una sicurezza almeno accettabile. Il tetto sporgeva per circa due metri e obbligava a un’arrampicata estremamente difficile per i mezzi e le conoscenze del tempo. Dopo ore di lavoro riuscì a superarlo e a raggiungere anche il secondo, che superò con minori difficoltà.

La notte li sorprese ancora in parete. Prepararono un bivacco precario e aspettarono l’alba. Il giorno seguente le difficoltà continuarono e il materiale cominciò a scarseggiare. A un certo punto Costantini non riuscì più a trovare una fessura nella quale piantare un chiodo: incastrò allora una pietra nella roccia, vi passò un cordino e vi appese una staffa.

Dopo la seconda cengia arrivava un altro dei passaggi destinati a diventare celebri, la Schiena di Mulo. Non era la zona dei due tetti, ma un camino inizialmente profondo che diventava progressivamente più strapiombante e faticoso. Anche qui le possibilità di protezione erano minime. Costantini raccontò in seguito di aver utilizzato pietre incastrate nella fessura e assicurate con cordini perché non riusciva a piantare chiodi.

Il 14 luglio, alle due del pomeriggio, i due raggiunsero finalmente la cima del Pilastro.

Costantini aveva guidato tutta la via. Molti anni dopo, quando gli chiesero quale fosse il ricordo più forte di quei due giorni, non parlò dei singoli passaggi, dei tetti o della vittoria. Rispose semplicemente: «L’impegno. L’impegno continuo.»

Disse anche di avere perso cinque chili nei due giorni di salita e di non riuscire ancora a capire come avesse superato alcuni passaggi. In certi momenti, ricordava, era quasi fuori di sé per la concentrazione e la fatica.

La Costantini-Apollonio sarebbe diventata una delle grandi vie classiche delle Dolomiti. Molti anni più tardi, con il ritorno dell’arrampicata libera e il miglioramento delle tecniche e dei materiali, si sarebbe scoperto che l’intero itinerario poteva essere percorso in libera, con difficoltà che raggiungono il VII grado superiore. Questo contribuì a far comprendere quanto fosse moderna la concezione dei due primi salitori: pur utilizzando chiodi e staffe dove il limite del tempo sembrava invalicabile, avevano cercato continuamente di arrampicare sulla roccia e non di costruire una successione artificiale di punti di progressione.

Costantini non mostrò mai fastidio nel vedere le generazioni successive salire in libera passaggi che lui aveva superato con mezzi artificiali. Al contrario, diceva di essere felice quando qualcuno ripeteva la sua via. Sapeva bene che non aveva senso confrontare epoche diverse: nel frattempo l’itinerario era stato ripulito dalla roccia instabile, attrezzato, conosciuto e percorso da centinaia di alpinisti.

Anch’io ho un legame particolare con questa via: il 4 agosto 1982, a ventun anni, la percorsi in solitaria. Ho raccontato quella esperienza nell’articolo Il richiamo del Pilastro.

Quella salita, compiuta nel pieno della guerra, sembra quasi chiudere la prima stagione degli Scoiattoli. Pochi mesi dopo il conflitto sarebbe finalmente terminato e sulle Dolomiti sarebbe cominciata un’epoca completamente nuova.

La ripresa del dopoguerra

La fine della guerra riportò gli Scoiattoli sulle loro montagne e l’alpinismo a Cortina nel dopoguerra riprese con una rapidità sorprendente. Già nel 1946, mentre in molte zone delle Alpi la ripresa dell’alpinismo era ancora lenta e incerta, a Cortina si aprì una stagione particolarmente intensa. Albino Alverà “Boni” e Ugo Pompanin “Baa” tracciarono il Primo e il Terzo Spigolo della Tofana di Rozes, due itinerari che non cercavano la difficoltà estrema, ma soprattutto la bellezza dell’arrampicata, della linea e dell’ambiente. Nello stesso anno Ettore Costantini e Luigi Ghedina realizzarono la prima ripetizione della Comici-Mazzorana sulla Cima Piccola di Lavaredo e, alla fine di settembre, aprirono una nuova via sullo spigolo del Pilastro di Rozes.

In quegli stessi anni cominciò ad affermarsi una generazione più giovane. Fra i nuovi Scoiattoli c’era Lino Lacedelli, che in breve tempo divenne uno degli elementi più forti del gruppo e formò con Luigi Ghedina una cordata particolarmente affiatata. Nel 1950 i due salirono in giornata la Costantini-Apollonio sul Pilastro di Rozes e, poche settimane più tardi, realizzarono la prima ripetizione senza bivacco della Soldà-Conforto sulla parete sud della Marmolada. Le grandi ripetizioni non erano soltanto imprese prestigiose: erano anche un modo per confrontarsi con le realizzazioni più difficili dell’epoca e capire fin dove si fosse spinto il proprio livello.

Dalle Dolomiti alle Alpi occidentali

Nel mondo alpinistico di quegli anni esisteva ancora una distinzione abbastanza marcata tra i rocciatori delle Dolomiti e gli alpinisti delle Alpi occidentali. I primi erano cresciuti su montagne relativamente piccole, quasi prive di ghiacciai, dove l’arrampicata su roccia aveva raggiunto livelli tecnici altissimi; sul Monte Bianco, sul Monte Rosa e sugli altri grandi massicci occidentali entravano invece in gioco l’alta quota, i grandi ghiacciai, la neve e il terreno misto. Non mancava una certa sufficienza nei confronti dei dolomitisti, che qualcuno definiva, quasi con disprezzo, “scalatori di paracarri”.

Naturalmente la realtà era molto meno semplice. Quasi quarant’anni prima, proprio una guida di Cortina aveva già dimostrato quanto poco valessero simili etichette. Nell’estate del 1913 Angelo Dibona, insieme a Guido Mayer, trascorse oltre due mesi tra il Delfinato e il gruppo del Monte Bianco, affrontando grandi salite su roccia, neve, ghiaccio e terreno d’alta montagna. Fu durante quella stagione che raggiunse per primo il Pain de Sucre delle Aiguilles du Soreiller, l’elegante guglia che in seguito avrebbe preso il nome di Aiguille Dibona, e aprì nuovi itinerari anche nel gruppo del Monte Bianco. Ho raccontato più diffusamente quella straordinaria stagione nell’articolo dedicato ad Angelo Dibona e l’età dell’arrampicata moderna.

Quella di Dibona apparteneva però ancora alla grande stagione delle guide professioniste.

Nel dopoguerra furono giovani cresciuti come arrampicatori sulle pareti intorno a Cortina a riprendere quel confronto con le montagne dell’Ovest.

Per loro significava uscire da un terreno conosciuto e affrontare un ambiente molto diverso da quello dolomitico. Proprio per questo acquistano un valore particolare anche le esperienze compiute dagli Scoiattoli su ghiaccio e misto: dimostravano che non erano soltanto specialisti della roccia.

Nel 1951 Lacedelli e Ghedina portarono questo confronto direttamente sul granito del Monte Bianco.
La parete est del Grand Capucin era stata salita poche settimane prima da Walter Bonatti e Luciano Ghigo e rappresentava una delle realizzazioni più importanti del momento. I due cortinesi avevano pochissima esperienza sul granito.

Ghedina ricordò in seguito che, prima di allora, praticamente non conoscevano quel tipo di roccia; eppure decisero di tentare la prima ripetizione.

Il 18 agosto attaccarono la parete e salirono molto rapidamente. Dopo 18 ore di arrampicata arrivarono a circa 30 metri dalla vetta, dove bivaccarono, per raggiungere la cima il giorno successivo. Era la prima ripetizione della via Bonatti-Ghigo. Nell’album personale di Ghedina la salita è ricordata con poche parole che raccontano bene anche il funzionamento di quella cordata: «Lino – Bibi, invertendo comando». I due, infatti, si alternavano alla testa della cordata, senza un primo fisso.

Per due uomini cresciuti sulla dolomia era una conferma importante. Non perché dovessero dimostrare di essere finalmente alpinisti “completi”, ma perché avevano saputo trasferire su un terreno completamente diverso la capacità tecnica, la velocità e l’abitudine alle grandi difficoltà maturate sulle pareti di casa.

I limiti dell’artificiale

Poco dopo la loro attenzione tornò sulle Dolomiti. La grande parete della Cima Scotoni, nel gruppo di Fanes, attirava Ghedina da anni. Il 15 luglio 1951 lui e Lacedelli tentarono la parete, ma furono costretti a ritirarsi davanti a una grande placca sulla quale non sembrava esistere alcuna possibilità naturale di progressione.

Una possibilità tecnica, in realtà, esisteva: utilizzare i chiodi a pressione, precursori dei moderni spit. A differenza dei normali chiodi da roccia, che venivano inseriti nelle fessure esistenti, i chiodi a pressione richiedevano di perforare la parete. Per Lacedelli e Ghedina quella differenza era sostanziale. Procedendo in quel modo, almeno in teoria, ogni difficoltà poteva essere superata: si praticava un foro, si inseriva il chiodo, vi si appendeva una staffa, ci si alzava e si ripeteva l’operazione poco più in alto. Rimaneva un lavoro lungo, faticoso e tutt’altro che banale, ma il limite non era più imposto dalla possibilità di trovare un passaggio nella roccia. Per loro significava cambiare le regole del gioco, e preferirono ritirarsi.

L’anno seguente Ghedina e Lacedelli tornarono con Guido Lorenzi. Davanti alla stessa placca escogitarono una soluzione quasi incredibile: formarono una piramide umana, salendo uno sulle spalle dell’altro fino a raggiungere una piccola fessura nella quale fu finalmente possibile piantare un chiodo. Dopo 38 ore di arrampicata e due bivacchi raggiunsero la cima.

Al di là della singolarità dell’episodio, quella scelta racconta bene la loro concezione dell’alpinismo. Non rifiutavano l’arrampicata artificiale: chiodi e staffe facevano normalmente parte dei mezzi utilizzati sulle difficoltà estreme. Il confine, per loro, stava nel perforare deliberatamente una parete per creare un punto di progressione dove la roccia non ne offriva alcuno.
La piramide umana era una soluzione quasi paradossale, ma perfettamente coerente con quel modo di pensare.

In pochi anni il mondo degli Scoiattoli era cambiato profondamente. Il gruppo nato nel 1939 da una compagnia di ragazzi che arrampicavano per passione sulle pareti intorno a Cortina aveva prodotto alpinisti capaci di affrontare le maggiori difficoltà delle Dolomiti e di misurarsi con successo anche sulle grandi montagne delle Alpi occidentali.

Fra loro, Lino Lacedelli si era ormai imposto come uno dei più forti alpinisti italiani della sua generazione.

Nel 1954, quella storia avrebbe improvvisamente cambiato scala.

Il K2

Nel 1954 l’alpinismo italiano si preparava ad affrontare una sfida di dimensioni completamente diverse da quelle incontrate fino ad allora sulle Alpi. L’obiettivo era il K2, 8611 metri, la seconda montagna più alta della Terra. L’Everest era stato salito l’anno precedente da Edmund Hillary e Tenzing Norgay, ma il K2 rimaneva inviolato. Più basso dell’Everest, era però una montagna alpinisticamente più difficile, con difficoltà tecniche che continuavano anche a quote estreme. I tentativi compiuti nei decenni precedenti avevano mostrato quanto fosse difficile trovare insieme capacità tecnica, acclimatazione, organizzazione e condizioni favorevoli.

La spedizione italiana, diretta da Ardito Desio, fu preparata con grande cura e disponeva di mezzi considerevoli per l’epoca. Fra gli alpinisti scelti c’era Lino Lacedelli. Per il ventottenne Scoiattolo di Cortina era un salto enorme, ma il percorso degli anni precedenti spiega perché fosse stato chiamato: le grandi vie delle Dolomiti, la velocità dimostrata sulle ripetizioni più impegnative, la Cima Scotoni e l’esperienza sulle Alpi occidentali avevano fatto di lui uno degli alpinisti italiani più forti e completi della sua generazione.

Anche Luigi Ghedina era stato scelto per partecipare alla spedizione. Poco prima della partenza, però, si ruppe una gamba sciando e fu costretto a rinunciare. Per lui fu una delusione enorme: dopo gli anni trascorsi in cordata con Lacedelli sulle grandi pareti delle Dolomiti e delle Alpi occidentali, il K2 avrebbe rappresentato il naturale proseguimento di quel percorso.

Sul K2, tuttavia, il valore del singolo non sarebbe bastato. La salita richiese settimane di lavoro per attrezzare la montagna e trasportare materiali e viveri sempre più in alto lungo lo Sperone Abruzzi. Il successo fu il risultato dello sforzo dell’intera spedizione, un aspetto che lo stesso Lacedelli avrebbe continuato a ricordare anche molti anni dopo:

«Perché il sacrificio di tutti ci ha permesso di arrivare in cima.»

Negli ultimi giorni di luglio l’azione si concentrò sulla parte alta della montagna. Il 30 luglio Walter Bonatti e Amir Mahdi portarono verso l’ultimo campo le bombole di ossigeno necessarie per il tentativo finale. Non riuscirono però a raggiungere la tenda di Lacedelli e Achille Compagnoni e furono costretti a trascorrere la notte all’aperto, senza tenda e senza sacchi a pelo, a una quota vicina agli ottomila metri. Il loro contributo fu determinante per il successo del giorno successivo. Le contrastanti versioni di quanto accadde quella notte e durante l’ultimo tratto della salita avrebbero dato origine a una controversia durata oltre mezzo secolo, il cosiddetto Caso K2. Ho raccontato più diffusamente la spedizione e le vicende che seguirono nell’articolo K2, la montagna degli italiani.

Il 31 luglio 1954 Lacedelli e Compagnoni partirono per la vetta. La progressione a quella quota fu lentissima e durissima. Alle 18:30 raggiunsero finalmente gli 8611 metri del K2. Erano i primi uomini a raggiungerne la cima.

La notizia raggiunse l’Italia il 3 agosto e provocò un entusiasmo difficile da immaginare oggi. Il Paese stava ancora uscendo dagli anni durissimi del dopoguerra e la conquista fu vissuta come il simbolo di un’Italia capace di rialzarsi e di tornare a realizzare qualcosa di straordinario. Da allora il K2 sarebbe diventato, nell’immaginario collettivo, “la montagna degli italiani“.

Ma a Cortina quella storia aveva anche una dimensione molto più intima. Mentre Lino avanzava verso il K2, a migliaia di chilometri di distanza Elda Dimai, la sua fidanzata e futura moglie, gli scriveva. In una delle lettere raccontava di essere andata alle Cinque Torri e di aver continuato quasi istintivamente a guardarsi intorno, illudendosi di poterlo vedere comparire fra quelle rocce. Le lettere fra Lino, Elda, i familiari e gli amici raccontano un’altra faccia di quella spedizione: non soltanto l’impresa alpinistica, ma l’attesa di chi era rimasto a casa. Ho raccontato questa storia nell’articolo Lettere dal K2.

Per gli Scoiattoli, e più in generale per l’alpinismo ampezzano, il K2 rappresentò un punto d’arrivo straordinario. Erano trascorsi appena quindici anni da quel 1° luglio 1939 in cui dieci ragazzi di Cortina avevano deciso di dare un nome alla loro comune passione per l’arrampicata. Si erano formati sulle Cinque Torri e sulle pareti delle Dolomiti, spesso con mezzi poverissimi; la guerra aveva interrotto quella prima stagione, ma nel dopoguerra una nuova generazione aveva ripreso il cammino, spingendosi dalle grandi pareti di casa alle Alpi occidentali.

Ora uno di quei giovani Scoiattoli era arrivato sulla vetta del K2.

Dalle Cinque Torri agli 8611 metri del Karakorum, in appena una generazione: difficilmente si potrebbe trovare un’immagine più efficace per raccontare quanto fosse cambiato l’alpinismo di Cortina.


Bibliografia

Giovanni Cenacchi, Gli Scoiattoli di Cortina – Storia e memoria di 50 anni d’alpinismo ampezzano.

Crediti fotografici

Le fotografie storiche pubblicate in questo articolo provengono dall’Archivio degli Scoiattoli di Cortina.


Nel prossimo articolo

Dalla tradizione all’alpinismo moderno

IIl K2 segnò uno dei momenti più alti dell’alpinismo ampezzano, ma la storia naturalmente continuò. Nei decenni successivi cambiarono le tecniche, i materiali e il modo stesso di intendere l’arrampicata, mentre nuove generazioni di alpinisti continuarono a cercare nuove vie sulle pareti delle Dolomiti.

Nell’ultimo capitolo seguiremo questa evoluzione dalla seconda metà del Novecento fino ai nostri giorni, attraversando un periodo che, almeno in parte, ho avuto la fortuna di vivere in prima persona.


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Enrico Maioni e la filosofia di guida alpina.

Enrico Maioni

Questo è il mio blog. Guida Alpina, nato e cresciuto a Cortina d’Ampezzo, con una vasta conoscenza delle Dolomiti e anni di esperienza in montagna.