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Col Rosà, una nuova proposta.

Il sentiero per la vetta del Col Rosà e la sua storia

Stavolta vorrei accompagnare chi legge, e ha voglia di scoprire qualcosa di originale, in un’escursione che mi pare un po’ “controcorrente”, e ne spiego subito la ragione. Talvolta le cime note per gli itinerari attrezzati che le raggiungono, si possono salire con soddisfazione anche per vie normali piuttosto semplici.
E’ il caso di quella che propongo, il Col Rosà (m. 2166).

La “via normale” a questo bonario rilievo che domina la piana di Fiames e chiude ad est la dorsale delle Tofane, non è altro che un ripido, facile sentiero che nel primo terzo risale un costone detritico, si sviluppa poi in un bosco al riparo dal sole, e da ultimo si fa strada verso la cima fra resti di guerra e fitti mughi. Pur non elevandosi di molto rispetto alle cime vicine, il Col Rosà offre un ampio panorama, e il sentiero di accesso, via di ritorno obbligatoria per chi scala la celebre ferrata “Ettore Bovero”, non lo salgono in molti.

Lasciamo l’automobile nel parcheggio presso l’Ufficio Informazioni del Parco d’Ampezzo al Ponte Felizon, un paio di chilometri a nord di Fiames, da dove partiremo muniti d’acqua, perché sulla salita non se ne trova. Imbocchiamo subito la stradina segnata con il numero 417, adattata qualche anno fa a percorso per disabili, che scende in riva al Boite, lo affianca per un tratto, valica il ponte “Piéncia dei Cazadore”, e s’inoltra lungo il Pian de ra Spines, fino al bivio col sentiero numero 447, che seguiremo sino in vetta (tabella indicatrice).

Iniziamo subito ad inerpicarci abbastanza ripidamente per un pendio detritico e sassoso: superato un franoso canale, proseguiamo lungo il sentiero, facilitato da scalini di legno, sino ad entrare nel tranquillo bosco che fascia il fianco occidentale della cima.

Continuando a salire, sempre con discreta pendenza, fra alberi, cespugli e ghiaie, giungiamo ad una panoramica postazione militare diroccata, dove è quasi d’obbligo una sosta.

Il Col Rosà dalla Punta Fiames


Superato un facile salto roccioso, cambiamo versante e visuale, uscendo fra i mughi che rivestono il costone settentrionale. Risalendo l’ultimo tratto del costone, con un occhio ai bolli rossi e ad alcune spaccature sulla cresta, dopo circa tre ore dalla partenza toccheremo la croce di vetta.

Una curiosità storica: il sentiero che abbiamo percorso è molto antico, ed era usato dai cacciatori. Alla fine del XIX secolo fu fatto sistemare dalle contesse Anna Power Potts ed Emily Howard Bury, proprietarie della sontuosa Villa Sant’Hubertus a Podestagno, per salire in vetta … a cavallo.

L´ascensione al Col Rosà è piuttosto sostenuta (900 metri circa di dislivello), ma tutto sommato semplice, e lo spiazzo della cima consente di ammirare molte montagne intorno a Cortina. Si può fare, anzi forse è più godibile, in stagione avanzata quando fa meno caldo: da evitare invece, se si trovasse il terreno troppo innevato o gelato.

Per scendere, in un’ora e mezza circa rifaremo il sentiero dell’andata. Giunti ad un largo canale ghiaioso, attenzione ad uscire a destra in corrispondenza di evidenti indicazioni, per non finire sui dirupi che sovrastano il torrente Boite.

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