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La Scala del Minighel e la sua storia

Scala del Minighel, storia della prima via ferrata d’Ampezzo.

La Scala del Minighel, in Ladino Ra Šàra del Minighèl, è una ferrata davvero curiosa, sia per la sua storia sia anche per la particolarità delle sue fattezze, che la contraddistinguono da tutte le ferrate che ho avuto modo di salire in tanti anni di camminate ed arrampicate in montagna.

scala del minighel 03Conosciuta erroneamente anche col nome di scala del Meneghel, o ancora scala del Mineghel, è certamente una delle prime vie ferrate delle Dolomiti, se non la prima.

Si tratta di una ferrata molto ardita nella sua concezione, in quanto per superare i circa ottanta metri del salto basale del Majarié (el Souto del Majarié) che sovrastano questa amena zona della Val Travenanzes ci si avvale di pioli di ferro infissi perpendicolarmente nella roccia, che rendono la salita davvero molto esposta.

Fu costruita da Luigi Gillarduzzi “Minighèl”, in quel periodo gestore del rifugio von Glanvell.
Durante la guerra del 1915-18 i pioli vennero piegati, ed in parte tolti, dalle truppe austroungariche, rendendola impraticabile.
La scala del Minighel rimase in quelle condizioni fino al 1958, quando Renato Franceschi avviò e finanziò i lavori di ripristino.

scala del minighel 02ACCESSO GENERALE
Tre sono i principale punti d’accesso alla Scala del Minighel:

1. Dal rifugio Dibona.
2. Da Fiames risalendo la Val Travenenzes.
3. Dal Passo Falzarego o dal Lagazuoi.

Ho già descritto in questo sito il percorso da fare per accedere alla via ferrata, invito perciò il lettore a cliccare sul seguente link per leggere la descrizione dettagliata dell’itinerario: “Il giro della Tofana di Rozes”.

In quanto invece alla storia della Scala del Minighel, argomento principale di questo post, non sarò io a raccontarla, ma l’amico Roberto Vecellio, che tempo addietro scrisse un interessante articolo sull’argomento.

La Viktor Wolf Von Glanvell Hütte e la Šàra del Minighèl.

Appunti poco noti di storia dell’alpinismo ampezzano, di Roberto Vecellio

“Intrà ra nostra pì òuta e agnò che che son adès, le el cabiòto ca fato Igi Minighèl”. Così scriveva il 21 aprile 1917, Angelo Valle Chèfar (1882-1966), mio nonno materno, dei Landsturm Infanterie Bataillon dalla sua postazione del Monte Castello, in ampezzano per evitare la censura militare, al suo amico Michele Menardi Bèrto.
Con tre precisi riferimenti dava le indicazioni della sua attuale posizione al fronte: “ra nostra pi òuta” è la Tofana e “el Cabiò ca fato Igi Minighèl” è la Viktor Wolf Von Glanvell Hütte, costruita negli anni 1906-07 da Luigi Gillarduzzi Minighèl in Val Travenanzes per conto della Sektion Dresden del Deutscher und Österreicher Touristenklub. Nello stesso periodo Igi Minighèl ebbe la brillante idea di realizzare un percorso ferrato per agevolare la salita per il Majarié alla Forzèla Fontananégra inserendo nella roccia circa 270 pioli di ferro.

Questo primo episodio ci introduce al secondo sempre riferito alla Guerra.
E’ il drammatico racconto di un ex soldato bavarese dell’Alpenkorps tedesco, all’epoca poco più che ventenne, che volendo rivedere i luoghi dove aveva combattuto, venne a Cortina nei primi anni ’60. Accompagnato da Roberto Gaspari Moròto per un servizio fotografico, percorrendo in discesa il Majarié, riuscì a riconoscere il sasso dove era la sua postazione ed iniziò a raccontare: “Sono arrivato di notte in Val Travenanzes senza aver mai visto delle montagne, in una notte scura e senza luna. Giunto alla base della “Šàra” mi hanno detto di salire, mi sono impaurito e mi sono messo a piangere e a tremare. L’ufficiale che mi accompagnava mi ha puntato la pistola alla tempia e mi ha intimato: o sali o ti seppelliamo qui. Sono salito con il terrore di cadere ad ogni passo ma la fortuna o il buon Dio mi hanno aiutato e per due anni la postazione sul Majarié è stata la mia dimora”.

scala del minighel 08Il terzo episodio riguarda la rinascita del turismo in quel tratto della Val Travenanzes. Dopo che l’esercito austriaco ha ripiegato dalle postazioni sulla sommità ed alla base della Nemesis e dal Majaré per trincerarsi in Val Travenanzes, la “Šàra” è rimasta impercorribile fino alla fine degli agli anni ’50.

Si è interessato al suo ripristino Renato Franceschi (1910-1986), di professione geometra, nel 1958, lasciando una documentazione fotografica ed un biglietto in cui spiega i motivi per cui ha voluto sistemare e dare nuovamente la possibilità agli escursionisti di salire a Forcella Fontanégra:
“Val Travenanzes, la Šàra del Minighèl cioè di mio nonno Luigi Gillarduzzi che l’aveva ideata e costruita circa nel 1907 quando costruì il vicino rifugio Viktor Wolf Glanvell per conto del C.A.I. austriaco. Il 1 agosto 1915 il rifugio venne distrutto dall’artiglieria italiana, Cap. Rossi; mio padre era appena stato trasferito a Costa dei Sié. Anche la scala venne in gran parte demolita piegando i pioli di ferro o togliendoli.

Nell’estate del 1958, considerando che nessuno ripristinava la scala, ho provveduto personalmente con la preziosa opera degli Scoiattoli Marino Bianchi “Fouzìgora”, Albino Michielli “Strobel”, Albino Alverà “Boni”, Claudio Zardini “de Jino”. Il fabbro Guido Tògna ha fornito gratis la fiamma ossidrica e del ferro lavorato (spese Lire 106.000) + cena per tutti a Pocòl.
Renato Franceschi”.

Le foto allegate fanno rivivere dei personaggi benvoluti da tutta la popolazione d’Ampezzo e che hanno contribuito nel dopoguerra allo sviluppo del mondo alpinistico. Da quei lontani giorni la “Šàra del Minighèl” ha avuto un incremento sempre maggiore di escursionisti che vogliono godere delle bellezze di quei posti unici al mondo.

La storia del Rifugio Viktor Wolf Von Glanvell

Il rifugio von Glanvell fu costruito negli anni 1905-07 da Luigi Gillarduzzi “Igi Minighèl” per conto della Società Alpina di Dresda che intendeva così onorare la memoria del grande alpinista austriaco, pioniere ed esploratore del Gruppo di Fanis, da poco caduto nella zona del Gran Pilastro.

rifugio von glanvell 1908Il rifugio von Glanvell consisteva in una struttura in legno prefabbricata su basamento in muratura. Venne distrutto durante il primo conflitto mondiale e non fu più ricostruito.

L’artiglieria italiana, supponendo che vi si annidassero dei soldati nemici, lo bombardò per diversi giorni senza risultato: i proiettili trapassavano infatti il fabbricato senza esplodere non trovando il contraccolpo.

Alla fine, impiegando delle granate incendiarie, riuscirono a distruggerlo. Oggi del vecchio rifugio restano soltanto alcune rovine, situate poco più a sud dell’attuale Cason de Travenanzes.

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